Quando si prende in considerazione la poesia, si è soliti dire che quella autentica, quella che più nella storia si è resa degna di un tale appellativo, ha per tema l’amore. Le sue pene travolgenti come una burrasca, i suoi candidi e accennati sospiri, le sue tremanti e confortanti illusioni, in un modo o nell’altro, da secoli animano il cuore e le penne di ogni autore. Anche quelli che, tutto sommato, poco hanno a che spartire con la lirica. D’altronde, è noto che Cupido venisse considerato un dio invincibile, temuto persino dai suoi stessi, onnipotenti simili. Al suo cospetto, infatti, si sono devotamente piegati raffinatissimi intellettuali come Roland Barthes, Lev Tolstoj o Gabriel García Márquez. Al suo cospetto, soprattutto, hanno ceduto il passo insospettabili interpreti della nostra letteratura. È il caso di Giovanni Verga, fulgido e rappresentativo esempio di poetica verista votata ad un’oggettività analitica eppure riservato custode di una suadente tenerezza. Dal suo epistolario privato emergono alcune delle lettere più intense e genuine che si ricordino. Lettere d’addio che maledicono la lontananza, che cullano con dolcezza ciò che rimane di un fugace ricordo, che innalzano al tempo la preghiera di ottenere almeno un’altra occasione. Lettere d’addio che sconfessano definitivamente l’immagine di un burbero misantropo e ci consegnano un uomo in cerca di completezza.

Tra le donne che conquistarono il cuore dello scrittore catanese, un posto di rilievo è certamente occupato dalla nobile e sofisticata Paolina Greppi Lester, musa e personaggio della novella Fantasticheria. Una relazione complicata – non soltanto dal vincolo matrimoniale della donna ma anche dagli stili di vita dei due amanti, spesso separati tra Milano e la Sicilia – li vide scambiarsi struggenti effusioni. Una di queste, spedita dalla scrittore probabilmente dopo una delle loro solite gite a sfondo marinaresco e reperibile nella raccolta Lettere a Paolina curata da Gino Raya nel 1980, ci svela l’impazienza dell’amante che ha appena separato il suo sguardo dall’oggetto del suo desiderio: «Vi scrivo dal battello, pochi momenti dopo avervi lasciata e accompagnata cogli occhi fin che potevo, col cuore e col pensiero tutto a voi, che mai come adesso ho sentito il bene che vi voglio e il dolore di staccarmi da voi. Nel momento in cui vi scrivo, guardo le colline dietro le quali siete, il cielo che vedete anche voi, e mi sento vinto da una gran malinconia, da una tristezza che m’invade tutto e mi rende uggiosa ogni cosa. Rammentatevi sempre le ultime parole che vi ho detto; che vi ho detto proprio come venivano dall’anima. Pensate che vi lascio il cuore, tutto quel che di meglio c’è in me, che son tutto vostro, felice di volervi bene così, felice di essere voluto bene, e che lasciandovi mi è sembrato che qualcosa di vivo e di intimo assai, si staccasse da me». C’è la solennità di una consacrazione nell’afflato verghiano, una purezza quasi ritrosa, fanciullesca. Il paradosso di chi vive grazie alla fantasia delle parole e si ritrova palpitante a sentirne la mancanza, a cercare ansiosamente quelle capaci di restituire la grandezza del proprio sentire. Come accaduto in un’altra, significativa missiva inviata questa volta alla contessa Dina di Sordevolo: «Tante, tante cose ti vorrei dire che mi si affollano alla mente e mi gonfiano in cuore e che diventano fredde e sciocche nella carta. Questo solo ti dico, che ti ho ancora e sempre dinanzi agli occhi, e ti accompagno in ogni ora della tua giornata. Come hai fatto a prendermi così? Quel viaggio che ho rifatto da solo, dopo averlo fatto insieme a te è stato una gran tristezza; ogni luogo, ogni pietra che abbiamo visto insieme mi ritorna dinanzi, e mi lega. Le parole, gli atti, il tono della voce. Le parole che non dicesti e quelle che non osai dirti. Ancora non mi dà pace di aver perduto questi giorni che avrei potuto passare ancora insieme a te, o vicino a te».

L’amore, certamente, sa essere implacabile. Ma anche empatico: nel cruccio dei grandi uomini feriti dai suoi strali, ci lasciamo sfiorare dalla sofferenza dell’abbandono e delle nostre vicissitudini passate, ma al tempo stesso dalla meraviglia di un sentimento che vivifica il nostro agire e ci spinge a sfoderare ciò che di meglio la nostra anima può offrire. Le parole di Verga non chiedono giudizio né approvazione: soltanto la compassione che si addice agli innamorati. E la consapevolezza che amare è sinonimo di coraggio e di dignità. Come sosteneva il poeta inglese Alfred Tennyson: «È meglio aver amato e perso che non aver amato affatto».

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