A osservarla da lontano, mentre ci si perde tra strade semideserte e un cielo profondamente azzurro, la si potrebbe davvero scambiare per una cattedrale diroccata che si staglia sul mare, con una ciminiera al posto del campanile e la facciata tanto cara ai fan del commissario Montalbano. Per gli abitanti di Sampieri, nei pressi di Scicli, non è però la Mànnara, teatro di omicidi e misteri, ma la Fornace Penna, una fabbrica di laterizi risalente ai primi del Novecento da tempo meta di turisti e appassionati e al centro di un acceso dibattito sul suo recupero, tra promesse politiche, fondi regionali e lavori non ancora iniziati.

Venne costruita tra il 1909 e il 1912, anno della sua entrata in funzione. Con 86 metri di lunghezza articolati su tre piani e una ciminiera alta ben 41 metri, questo stabilimento di tipo Hoffman era veramente all’avanguardia per quei tempi: sedici camere in pietra disposte ad anello dove il fuoco era alimentato da combustibili solidi come sansa esausta e gusci di mandorla. Un piccolo polo dal significativo valore economico che, oltre a richiedere due operai specializzati dal Nord, dava lavoro a un centinaio di giovani e produceva 10.000 pezzi al giorno commerciati in tutto il Mediterraneo: da qui uscirono i mattoni e le tegole che andarono a comporre buona parte della Tripoli italiana, figlia dell’avventura coloniale in Libia.

Foto William Foti

La realizzazione, acclamata dal bisogno di ricostruzione seguito al terremoto di Messina del 1908, si deve al barone Guglielmo Penna che, insieme ad altri membri della nobile famiglia e all’ingegnere Ignazio Emmolo, scelse per essa una zona strategica, vicina al mare, alla stazione ferroviaria e alla cava d’argilla. Ed è proprio di Emmolo l’intuito di curare l’aspetto architettonico. Questi, laureatosi prima a Catania e poi a Napoli, coniugò le conoscenze acquisite in Germania con la tecnica costruttiva del territorio che sfruttava il calcare forte, pietra locale, dando vita al primo esempio di architettura industriale applicata ai forni Hoffmann.

Oggi di questa maestosa opera non rimane molto: distrutta nel 1924 da un terribile incendio di probabile natura dolosa, non venne più ricostruita. Da allora il fascino sempreverde delle sue rovine suscita forti emozioni in chi la osserva, animando i più disparati progetti di rivalutazione. L’ex Fornace Penna è un unicum di archeologia industriale, sorprendentemente in palette con i monumenti tardo-barocchi della vicina Scicli. Incastonata fra l’azzurro del cielo, il verde della macchia mediterranea e il blu del mare, le fa da cornice un silenzio surreale piacevolmente interrotto solo dalla brezza di un vento sabbioso. È questa commistione di elementi, forme, odori e colori a renderla un simbolo nascosto della nostra Isola, dove l’architettura incontra la storia, e insieme il mare, il cielo e la terra. Dove il Sole bacia anche i ruderi.

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