Corsi e ricorsi storici, li definì qualcuno. Il vizio della storia, e degli individui che ne hanno affollato le vie, a reiterare tendenze, pensieri, mode. Ma anche gli errori più beffardi, più atroci, più inspiegabili. Quasi come se la natura dell’uomo, capace di raggiungere vette di ineffabile sublimità, sia poi destinata a manifestare la sua inclinazione ad un periodico inciampo, ad imbattersi in una sorta di condanna di Penelope: creare la meraviglia per poi vederla inesorabilmente disfatta dalle sue stesse mani. Perché è questo, tristemente, che da secoli – per non dire da millenni – il tratto distintivo della specie umana: l’essere artefice della propria rovina. L’irrefrenabile impulso a distruggersi sopraffacendo il prossimo. Più dell’esercizio della ragione, più del pollice opponibile, più del linguaggio variamente articolato. Che senso avrebbe, d’altro canto, sbandierare la presunta altezza di questi privilegi se la loro nobiltà continua ad essere affogata nell’orrore? A che vale il progredire dell’ingegno se poi, puntualmente, i suoi prodotti vengono piegati alla logica della guerra e della morte? Furono queste le domande che Salvatore Quasimodo, testimone diretto delle strazianti vicende della Seconda guerra mondiale, pose ai suoi lettori attraverso una delle liriche più celebri incluse nella splendida e terribile raccolta del 1947 Giorno dopo giorno. Una riflessione sinistra e malinconica sull’onnipresenza del male nell’animo umano che, viaggiando tra le epoche, non smette di infettarlo come un virus, sulla spiazzante similarità tra conflitti lontani nel tempo e nello spazio, sull’insensatezza di stermini che, per la loro frequenza, potrebbero addirittura sfociare in un pericoloso sentimento di assuefazione.

Uomo del mio tempo, infatti, è l’affresco delle colpe umane che mai il poeta avrebbe voluto scrivere. L’insopportabile stillicidio di delitti che riaffiora di generazione in generazione, la metamorfosi del pugnale in mina, della lancia in bomba che piove dal cielo. Un j’accuse senza appello, tuttavia mitigato dalla flebile speranza che, prima o poi, vengano alla luce dei figli che abbiano il coraggio di ignorare le orme insanguinate dei padri. Che l’odio venga messo a tacere sotto cumuli di quella stessa terra a cui ha destinato innumerevoli vite:

«Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche, alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, come sempre, come uccisero i padri, come uccisero gli animali che ti videro per la prima volta. E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello: «Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore»

È un’umanità immobile nella mutevolezza del tempo, quella che Quasimodo fotografa con impietosa accuratezza. Figlia del mostruoso scandalo di Caino e Abele, incurante di ogni parvenza di pietà o di fratellanza, meschina corruttrice del progresso scientifico. E mentre i simboli della morte – la cenere e gli avvoltoi – si accalcano a sancire i peccati di chi ci ha preceduto, un monito trafigge il cuore di chi è destinato a succedere. Un lampo di compassione trafigge noi, abitanti ipocriti di questo tempo.

Perché l’uomo del tempo di Quasimodo è l’uomo di ogni tempo. L’incarnazione di un eterno presente votato all’irresistibile tentazione di avere la meglio, ad ogni costo, su chi si ha di fronte. È persino l’uomo del nostro tempo, dapprima sorpreso dalla mossa dei suoi simili, dal nuovo manifestarsi di un conflitto devastante alle porte di casa sua, e già dimentico del valore della pace, idea ben presto accantonata a suon di cannoni. Anche in lui il poeta siciliano avrebbe ritrovato le stesse fattezze denunciate dalla sua lirica. Ora che, per l’ennesima volta, i figli si sono rivelati non certo migliori dei padri. Ora che anche noi, nel cedere all’indifferenza, rischiamo di dare inizio ad un nuovo, mortifero ciclo. Corsi e ricorsi storici, li definì qualcuno.

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