Nel tentativo di definire in maniera sintetica, ma comunque estremamente affascinante, una forma di scrittura che gli stava tanto a cuore, nel 1956 Italo Calvino ebbe a dire: «Le fiabe sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che appunto è il farsi d’un destino: la giovinezza, dalla nascita che sovente porta in sé un auspicio o una condanna, al distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano». Confinate spesso al ruolo di genere letterario per ragazzi – e per tale ragione altrettanto di frequente discutibilmente edulcorate nei loro contenuti e nelle loro conclusioni – le fiabe sono dunque qualcosa di più. Rappresentano un archetipo sociale e morale, un riflesso accurato di passioni e sentimenti millenari. Sono, a ben guardare, un po’ come le tragedie greche: calate contemporaneamente nel loro tempo e nel tempo dell’eternità. Estranee all’immaginario del nostro mondo eppure terribilmente familiari. Più o meno fisse nella loro struttura di svolgimento, ma miracolosamente mutevoli agli occhi delle più diverse sensibilità. Ed è per questo che le fiabe hanno saputo travalicare indenni i confini dei media più svariati. Dalle pagine miniate a quelle stampate con i caratteri mobili, dai libri della società industriale al grande schermo del cinema, passando la radio e per i palcoscenici teatrali. Sono state citate, riprese, adattate, persino riscritte. Proprio come ha fatto un nostro raffinato drammaturgo: quel Rosso di San Secondo che, prendendo le mosse dalla rielaborazione testuale seicentesca di Charles Perrault, nel 1919 ebbe l’ardire di riscrivere una delle storie più iconiche della cultura occidentale. Il risultato, un po’ verghiano e un po’ pirandelliano, fu la composizione del dramma in tre atti La Bella addormentata. Niente più castelli, streghe da strapazzo, draghi mostruosi e principi dal cuore puro. Ma uno spaccato di malinconica e meschina umanità ambientato tra le asfittiche strade di un paesello siciliano.

È qui, infatti, che ha luogo la vicenda di Carmela, la servetta che, sulla carta, assurge al ruolo da protagonista, ma che, tuttavia, si rivela essere un perno statico attorno al quale ruotano gli istinti predatori e di sopraffazione delle numerose figure di contorno. Figure come quella del notaio don Domenico, che la accoglie in casa solo per poter biecamente abusare di lei. O come l’anziana senza scrupoli che la sottrae da quell’ambiente tossico solo per poterla umiliare ancora di più, costringendola a prostituirsi.  Ma come in ogni fiaba che si rispetti, anche in quella verista/modernista di Rosso di San Secondo appare il principe innamorato. Non ha cavallo, certo, né discendenza d’alto lignaggio. Non è particolarmente aitante, ma è quantomeno sincero. E, soprattutto, conosce la sofferenza. Si chiama Salvatore, detto il Nero, ed è uno zolfataro dall’animo buono. La sua avversione naturale per i potenti lo porta ad affermare – almeno nella versione cinematografica nel 1942 realizzata da Luigi Chiarini – che «la vera canaglia è quella che si chiama gentiluomo». Si innamora perdutamente di Carmela e quel sentimento così puro sembra la svolta decisiva verso ciò che Propp, nel suo celebre schema delle funzioni del racconto fiabesco, avrebbe definito scioglimento: Salvatore si decide a condurre l’amata all’altare e, a mo’ di parziale risarcimento per gli orrori precedentemente accaduti, fa in modo che sia proprio il notaio a sancire l’unione. Ma è solo una pia illusione. Carmela appare ormai anestetizzata, prigioniera di una fatale inerzia, trascinata da un turbine di eventi nel quale non riesce più a rispecchiarsi. Una bella addormentata, appunto, spettatrice inconsapevole di un mondo che scorre ignorando il suo sonno esistenziale, il suo doloroso silenzio. Che culmina proprio nel giorno delle nozze: in procinto di varcare la soglia della chiesa, Carmela sviene, cade tramortita. Ha giusto il tempo di rivelare a Salvatore tutto il suo amore, ma anche quell’incomunicabilità di fondo che l’ha portata alla malattia. Il sipario, idealmente, si chiude. Con l’ultimo, inefficace, disperato guizzo dell’anima di Carmela. La donna che mai ha potuto scegliere per sé. Nemmeno a un passo dalla morte.

La fiaba del risveglio insperato e in extremis, dell’amore coraggioso che trova una via anche se impervia, del lieto fine tanto atteso, diventa la fiaba triste dell’insensatezza e dell’intorpidimento. La fiaba che svela la realtà di tante, troppe donne di allora. Di tante, troppe donne dei giorni nostri. Ridotte ad un misero refolo di voce. Mai interpellate, mai considerate. Misurate sempre sul volere, o sui capricci, di qualcun altro. Addormentate a un mondo che non le vuole. Segregate da cicatrici che tengono lontano anche chi si sforza di amarle. In attesa, di là dal sipario della vita, che qualcuno si fermi.

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