Sempre in crisi, sempre vivi: Sciascia e Guttuso spiegano qual è la forza che anima i siciliani

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Come spesso accade, unici nel loro genere: sono gli isolani, capaci di convivere da sempre con le insidie della povertà, della bellezza di una terra a volte sfiorita, di un futuro incerto e minaccioso. Un abisso di difficoltà che, però, abituati come sono alla lotta, non li annulla, ma, come tanti pittori, li aiuta a creare quadri sempre più belli

Le parole hanno un peso. Vivono e viaggiano sulla forza di questo peso e lasciano una traccia nella nostra storia. Ma le parole, al tempo stesso, soffrono anche di una cronica fragilità: possono essere storpiate, snaturate, desemantizzate fino alla perdita del loro valore originario. Possono banalizzarsi e minimizzarsi, e talvolta è compito di chi vive per le parole, di chi le scruta e le connette, riportarle alla loro dimensione autentica. Una di questa parole fin troppo abusate è senza dubbio “crisi”. La si vede ovunque: giornali, televisioni, social non fanno che riferirsi alla famigerata crisi economica che da un decennio ha un ruolo importante nei rapporti di forza internazionali tra stati. Ma la crisi non può essere soltanto questo, non può rappresentare solo un dato finanziario su cui speculare. Il concetto di “crisi” è ben più ampio e tocca nel profondo della loro interiorità i sentimenti di intere generazioni e delle terre che hanno dato loro i natali. In Sicilia ne sappiamo qualcosa: non solo perché il Mezzogiorno italiano ha pagato, e sta ancora pagando, più di altri le difficoltà di un’economia ricca di paradossi e contraddizioni, ma anche perché noi, della crisi, abbiamo fatto un stendardo di affermativa resistenza. E c’è un illustre personaggio che, per tutti i siciliani, incarna magistralmente questo spirito: Renato Guttuso.

Fu l’amico Leonardo Sciascia a mettere in evidenza questa inclinazione caratteriale del grande pittore palermitano, che non faceva mistero di attingere a piene mani dalla sua matrice – culturale e interiore – siciliana quando si trattava di tradurre su tela le sue inquietudini. Era il 1971 quando lo scrittore di Racalmuto si esprimeva così: «Nessuna crisi può segnare il punto del cedimento per un uomo, per un artista, il cui elemento di vita è appunto la crisi. Guttuso è sempre in crisi: sicché nessuna crisi può coglierlo con insidia o alla sprovvista». C’è quasi, nelle parole di Sciascia, un elogio ammirato di un’immunità storica, quasi misteriosa che Guttuso e tutti i siciliani, di cui egli è emblema eccezionale, presentano nella loro natura. È un’eredità antica, verrebbe da dire, che si perpetua anno dopo anno, giorno dopo giorno. Il siciliano, come Guttuso insegna, ha nel proprio destino la convivenza con la crisi, il doverla fronteggiare e spesso sfidare a viso aperto. Ma in questa lotta-abbraccio, in questo essere coscienti della singolarità della nostra condizione, non c’è perdita identitaria, non c’è sconfitta, ma stimolo a proseguire il cammino. Come Guttuso, che dalla crisi traeva l’ispirazione per le sue pennellate d’eternità, così il siciliano non può essere mai scalfito completamente da alcun periodo negativo, da alcuna ristrettezza. Anzi, più ci inabissiamo nelle difficoltà, nelle negatività, più saremo capaci di lasciare spazio alla creatività della reazione. È per questo che il siciliano è portatore di una carica rivoluzionaria che muta il segno, il valore della crisi: non più abisso in cui sprofondare, ma mezzo per tenerci vigili e attivamente partecipi nei confronti della realtà.

Si sente dire tante volte, forse troppe, che la Sicilia è una terra senza futuro, destinata a spopolarsi, a frustrare le ambizioni dei suoi abitanti, a rimanere marginale nelle sorti del mondo. Ma una visione più attenta, più interna al nostro essere fuori dagli schemi, potrebbe rintracciare la nostra forza principale: quella di saper vivere dove gli altri non immaginerebbero sia possibile, di rimboccarci le maniche anche quando tutto sembra perduto, di fare della crisi non la giustificazione del fallimento ma la febbrile spinta a smentire le probabilità. E quando gli stranieri, come è già successo, chiederanno come mai anche nella miseria più assoluta i siciliani non si lascino andare ad una rivolta di grandi dimensioni, risponderemo che la nostra lotta non si esplica in un atto singolo, ma in una vita fatta di piccole, logoranti, vittoriose battaglie. Perché la crisi, qualunque essa sia, ci sfiora, e a volte ci strattona. Ma non ci sposta.

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