La memoria come
antidoto per il futuro
nello spettacolo
di Leo Gullotta

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Applausi per “Minnazza. Letture tra i miti e le pagine di Sicilia”, lo spettacolo che ha concluso la stagione del Teatro Stabile di Catania

Un viaggio tout court nella cultura e la storia della nostra isola, cogliendo la bellezza perfino nelle sue pagine più contraddittorie. Uno sguardo malinconico, ma sorridente, a un passato che diventa monito sui rischi del presente ma anche chiave di volta per il futuro. Si potrebbe riassumere così “Minnazza. Letture tra i miti e le pagine di Sicilia”, lo spettacolo che ha visto protagonista Leo Gullotta allo Stabile di Catania lo scorso week end.

Tutto prende il via dall’immagine della statuetta paleolitica della venere di Willendorf che campeggia enorme sullo sfondo. È facendo riferimento a questo simbolo di prosperità pensato 26.000 anni fa che Gullotta, entrato in scena dal fondo della sala, prende per mano lo spettatore e lo conduce nel suo sincero omaggio alla Sicilia. Della nostra terra l’attore racconta i miti, come quello di Colapesce (che ci ricorda come la nostra società sia ostaggio, ieri come oggi, dell’ingordigia del potere), ma anche i figli, come Falcone, Borsellino e tutti coloro che hanno dato la vita per rendere questo posto migliore.

Di Pirandello Gullotta sceglie una delle novelle più belle, ancorché tra le più impegnative: una sera, un geranio. È questo uno dei momenti più alti della serata, in cui il coinvolgimento con lo spettatore è tale da imporsi oltre il visivo della scena. Le parole ci giungono così efficaci e forti da farci dimenticare le belle immagini che scorrono sullo sfondo, mentre la suggestione ci porta a immedesimarsi nel momento in cui l’anima del protagonista si distacca dal corpo e sceglie di divenire fiore.

A momenti di grande lirismo fa poi da contraltare nello spettacolo l’intelligente leggerezza con cui l’attore raccorda le varie parti, sottolineata dagli intermezzi musicali scritti da Germano Mazzocchetti ed eseguiti dalle fisarmoniche di Fabio Ceccarelli e Denis Negroponte, presenze costanti sul palco. Gullotta mantiene la promessa di rompere la quarta parete perfino nei momenti in cui interpreta i testi più drammatici e intensi, lasciando tutti col fiato sospeso. È il caso dello sfarzo decadente dell’Ottocento gattopardiano: «Il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di fare» recita il principe di Salina a Chevalley, un monito che giunge immutato fino al nostro presente.

Ecco allora che se da un lato il fil rouge dello spettacolo è lo sguardo malinconico verso un’origine semplice e gioiosa – il ricordo della carusanza che ha visto l’attore oggi settantunenne vivere tra le vanedde del “Fortinu” – dall’altro ci si scontra con l’assioma di Tomasi di Lampedusa che ci ricorda come nell’isola non cambierà mai nulla davvero. “Minnazza” non è un’ode ai “bei tempi andati”, né un lamento fine a se stesso rispetto al nostro presente. La memoria, una parola che spesso ritorna nel testo dello spettacolo diretto da Fabio Giusti, diventa la chiave per cambiare il nostro oggi e farlo ripartire, così come fece l’Italia del dopoguerra vissuta dal bambino Gullotta. Quella stessa memoria ci ricorda di essere stati emigranti in un momento in cui si vorrebbero voltare lo sguardo e le spalle al nostro prossimo venuto dal mare. Non poteva esserci testo più forte, allora, per concludere lo spettacolo de “Lu trenu di lu suli”, un testo di Ignazio Buttitta che racconta la sorte degli emigrati italiani periti l’8 agosto 1956 nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio. La lettura del grande attore catanese non si rifà agli stilemi del “cuntu” ma riconduce all’umano: tutto a un tratto ci ritroviamo proiettati su un treno in corsa e quasi vediamo di fronte ai nostri occhi lo strazio di una donna che ha appena appreso la morte del marito in un terribile incidente.

“Minnazza” è uno spettacolo che ci invita a prendere un respiro profondo (non a caso evocato dal mantice delle fisarmoniche) rimboccarci le maniche e ripartire. Perché, come ci viene ricordato dai versi di Pippo Fava, «se non si è disposti a lottare, a che serve essere vivi?»

 

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