«La mia vita a Milano» 
Opportunità e scelte di vita 
nell’esperienza di due 
studentesse siciliane

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La lettera in cerca di destinatari di Giorgio Impellizzieri ha generato un dibattito sul destino dei giovani al Sud. Gli interventi di due giovani sulla loro esperienza al di là dello stretto e sul loro ritorno nell’isola

Come vivono le nuove generazioni il rapporto con la propria terra e la necessità di confrontarsi con altre realtà più produttive e interconnesse? Lo scenario sembrerebbe essere quello di un’emigrazione forzata, figlia di un’assenza di prospettive e soprattutto dell’incapacità della nostra terra di stare al passo coi tempi. Durante le lezioni del corso di “Storia e tecnica del giornalismo” dell’Università di Catania si è recentemente svolto un vivace dibattito. Riportiamo di seguito i contributi di due studentesse.

Scoprire la solitudine: la mia esperienza a Milano

di Karin Rinaudo

Appena finito il liceo mi sono trasferita a Milano per gli studi universitari. […] Arrivo in città e appena scesa dall’aereo mi piomba addosso una strana sensazione. Mi sistemo a casa, comincio a prendere familiarità con il circondario, comincio a frequentare le lezioni, la città, i ritmi, la gente. Dopo un mese pesavo 42 kg, assumevo calmanti giornalmente, dormivo pochi minuti a notte ed avevo finalmente capito che faccia avesse quella sensazione che avevo avvertito appena atterrata: solitudine. […] Mi ha investita in pieno la consapevolezza che lì, nel centro del mondo, non ero nessuno. Uno dei tanti puntini che componevano quel mosaico. Mi sembrava di essere un robot in una città di robot e qualche zombie qui e lì. Avete presente quando camminate per una strada di Catania? La gente sembra perennemente che stia passeggiando, ha sempre tempo per un caffè. Al bar si parla «ru Catania» e un individuo su due non ha idea di cosa significhi la parola “start-up”. A pranzo ci si siede a tavola e si assapora fino all’ultimo boccone, non molti sono disponibili a prendere un sandwich prima di un meeting. Il dialetto è il nerbo sonoro della città. La Sicilia si sente viva in ogni colore, in ogni profumo, in ogni immagine. […] A Catania vivono e transitano tantissimi lavoratori, eppure nessuno mi sembra così spersonalizzato come quei tanti volti che a Milano correvano, correvano, correvano senza fermarsi un attimo a scambiare una parola, uno sguardo, un cenno. A Catania i bus non sono mai in orario, i mezzi sono quasi rottami e la metro ha aperto da qualche mese, ancora siamo un po’ spaesati nell’usarla. Tutti questi piccoli aspetti mi mancavano terribilmente, così tanto da non riuscire a respirare a volte. Ogni singola cosa della mia terra che avevo sempre criticato e disprezzato, improvvisamente assumeva un valore inestimabile per me. Tornare, dunque, è stata l’unica cosa che la mia mente, la mia anima e anche il mio corpo mi ordinavano di fare. Lo feci e ad oggi conosco una felicità che prima non avrei mai pensato di poter trovare restando qui. Forse, davvero, si può lasciare la Sicilia ma mai la Sicilia lascerà te.

Gli stereotipi inficiano lo scambio culturale: trovare la bellezza anche lontano dall’isola

di Flora Dispinzeri

Quando mio cugino, proveniente da un paese di poche anime nella provincia di Agrigento, veniva a trovarmi a Catania restava abbagliato dalle luci, dalla frenesia del posto, dalla sua velocità. Ne era spaventato, perché considerava la nostra città una metropoli. Immaginate la mia (e la sua) reazione quando, a diciotto anni, è andato a lavorare a Londra, che metropoli lo è per davvero: l’ha abbandonata dopo pochi mesi perché sopraffatto da un mondo che non gli apparteneva e che era lontano anni luce dalla realtà a cui era abituato.
Un catanese a Milano vive tutto sommato lo stesso shock culturale: non solo si trova repentinamente e senza nessun altro in una città che conta gli stessi abitanti di tutta la Sicilia, ma anche in un contesto in cui tutto è sempre una corsa: facile, dunque, sentirsi persi nei ritmi di una realtà che rispetto a Catania (dove tutto appare sempre in ritardo, sempre lento, sempre fatto “poi dopo”) risulta frenetica.
Di fronte al cambiamento e alla paura che esso suscita si possono avere due reazioni: affrontarlo, decidere di adeguarsi ad un tipo di vita diametralmente opposto a quello catanese e di farlo proprio; oppure scappare, tornare indietro alla sicurezza di un contesto socio-culturale che si conosce e a cui si è abituati.
Ciò avviene soprattutto per la convinzione che un certo stereotipo (che ritrae i milanesi come un popolo freddo, scontroso, sempre di fretta e che pensa solo a fatturare) sia la realtà, creando quel che in campo letterario si chiama “profezia che si autoavvera”: dato che niente potrà mai eguagliare “il sole, il mare, il cuore” del Sud, ci lasciamo sfuggire la bellezza della realtà che ci circonda. In Sicilia essa è indubbiamente più tangibile, più facile da vedere. Ma esiste bellezza anche a Milano: bisogna solo saperla e volerla cercare. E allora la si trova nella silhouette eccentrica del bosco verticale; nei parchi che adornano e fanno respirare la città; nella precisione orologesca che contraddistingue il movimento di cose e persone.
La sfida, dunque, risiede nel mantenere intatta la propria identità culturale, cercando contemporaneamente di superare uno stereotipo che contrappone un Nord freddo e ricco ad un Sud povero ma caloroso; stereotipo non solo falso, ma addirittura nocivo poiché rischia di inficiare il momento dello scambio culturale, formativo soprattutto per i più giovani, che tramite l’arricchimento derivante dall’esperienza del “diverso” possono creare le condizioni per un futuro migliore per tutti.

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