Se vi dicessero che, a volte, per preservare il senso della vostra esistenza rinunciare a tutto è necessario, ci credereste? Se le circostanze vi mettessero dinanzi all’obbligo di abbandonare ogni consuetudine, di sconfessare i princìpi che da sempre hanno retto la vostra condotta, accettereste di infliggervi questo dolore per seppellirne un altro? Su questo trapezio corroso dal tempo, come acrobati alle prime armi, si agitano gli uomini e le loro inquietudini. Pressati dall’incombenza dei propri bagagli, pesi massicci che li spingono progressivamente sull’orlo del precipizio, a fronteggiare spaventosi salti nel buio, fragorose cadute, irrimediabili scivolamenti negli anfratti della follia. Arsi, poi, dal dubbio più atroce: se quegli stessi anfratti abbiano più le fattezze di una gabbia o di una contorta via d’uscita. Sono gli uomini di Pirandello, fragili petali in balia del vento, minuscoli sassolini destinati a rotolare senza sosta su un crinale scosceso e polveroso. Pagliacci della vita lacrimanti, sui cui volti si intravedono le crepe del trucco, emarginati della Storia che disperatamente oppongono ad essa la dignità della propria storia. Amanti puri e disinteressati, che in virtù di quello stesso amore rinascono con il solo scopo di morire una volta di più. Come accade al nobile giovanotto protagonista del dramma Enrico IV, personaggio tra i più noti, controversi e affascinanti nella galassia pirandelliana. Tra le pieghe della sua vicenda, in bilico fino all’ultimo istante tra una fine soddisfacente e un’amara presa di coscienza, c’è tutta la tragica magnificenza del suo autore. E un richiamo umanissimo ad un sentimento di condivisa pietà.

Intento a partecipare ad una festa in maschera nella quale è chiamato ad interpretare colui che fu uno tra i più celebri degli imperatori del Sacro Romano Impero, e alla quale ha preso parte pure la marchesa Matilde di Spina, donna della quale è profondamente innamorato, il protagonista si ritrova ben presto intrappolato in una inarrestabile spirale di eventi. Mentre è in corso la cavalcata, infatti, il suo rivale in amore, il barone Belcredi, inavvertitamente ne causa la rovinosa caduta e, soprattutto, un forte trauma cranico. Per i successivi 12 anni, il giovane signore crede di essere davvero la figura impersonata alla mascherata, tanto che amici e parenti, per non minare ulteriormente la sua condizione psicologica già precaria, assecondano quella paradossale follia. Ma è a questo punto della vicenda che la tragedia impone la sua legge inoppugnabile. Il protagonista, infatti, si ridesta dall’abisso nel quale era sprofondato, ripercorrendo con minuzia il fatidico giorno e rendendosi conto che quella di Belcredi era stata una deliberata aggressione per sottrarlo all’amore di Matilde. Colto da un inconfessabile sconforto, rimasto solo con la propria lacerante frustrazione, decide pertanto di continuare a fingersi folle. Almeno fino a quando, a 20 esatti dalla sua caduta, lo psichiatra di famiglia non suggerisce di riproporre la stessa identica scena, per favorire il recupero della memoria. Vengono convocati tutti gli attori del tempo, compresa la splendida figlia di Matilde, che ricalca in tutto e per tutto i lineamenti della madre. Un nuovo, insolubile disastro è servito: Enrico, che non ha mai smesso di amare la sua dama perduta per tutti questi anni, protende le sue braccia verso la fanciulla. Belcredi, tuttavia, spinto da un meschino moto di gelosia, si frappone fra i due. E così Enrico, armato di spada, lo ferisce. È il sipario dell’opera. Il sipario, forse, su tutta la vita del volto dietro la maschera di Enrico. Che sceglierà di fingersi tale per il resto dei suoi giorni. Memore di un amore tanto agognato quanto sfumato. Avvinghiato alle sue miserie tramutatesi inconsapevolmente in peccati. Aggrappato ad un barlume di libertà.

Perché, in fondo, nemmeno lui sa a cosa andrà incontro. Sarà sovrastato dal senso di inadeguatezza e di solitudine? Trarrà dal suo allontanamento dalla schiera nuova linfa vitale? Una chiave per chiudere il passato in uno scrigno? Sarà, ancora una volta, una pedina governata da un destino beffardo? O, nel groviglio di emozioni di un attore per scelta e per necessità, scoverà nel profondo dei suoi giorni un’autenticità negata a chi, illudendosi di essere reale, si trascina nell’inconsapevole mondo della finzione? Non esiste risposta certa a tali interrogativi. Né Pirandello impone al lettore la sua. Rimane solo un eterno, sconfinato bivio. Le cui diramazioni conducono dritte fino a noi.

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