La rana di Chomsky e il «paese bollito» dell’Estate Italiana Tour

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Tempo di mare per il Bel Paese che affronta le vacanze di questo torrido agosto a cuocere sotto ombrelloni e revival politici

Immaginiamo una rana che nuota in un pentolone pieno di acqua fredda. La fiamma del fornello pian piano la riscalda, ma lei continua a nuotarvi, ancorché indebolita, finché allo strenuo delle forze muore bollita. Se la rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua bollente sarebbe subito balzata fuori ma, poiché la temperatura è aumentata gradualmente, si è adattata all’acqua calda fino a quando il bagno rilassante si è rivelato brodo. A raccontare questa breve storia è Noam Chomsky linguista, filosofo e teorico della comunicazione statunitense classe 1928. “Il principio della rana bollita” è per il suo autore metafora dell’incapacità di resilienza della società contemporanea.

In Italia, oggi sta accadendo qualcosa di simile. La temperatura sta salendo progressivamente e col tour “Estate Italiana” del Ministro dell’Interno, sembra aver raggiunto il punto di ebollizione. Salvini, forte dell’approvazione del decreto sicurezza bis, sta incontrando gli italiani sulle spiagge. Ma, al di là delle contestazioni che lo hanno accolto (in particolare a Catania, Taormina e Siracusa), a destare interesse sono soprattutto le sue parole.  «Chiedo agli italiani, se ne hanno la voglia, di darmi pieni poteri per fare quello che abbiamo promesso di fare, fino in fondo, senza rallentamenti e senza palle al piede», ha dichiarato ai giornalisti in occasione della tappa di Pescara. E ha aggiunto: «Siamo in democrazia, chi sceglie Salvini sa cosa sceglie». Come siamo arrivati ad accettare che un nostro rappresentante politico pronunciasse vicine le parole «pieni poteri» e «democrazia»?

Senza pressoché accorgercene, non solo siamo passati dal no more walls al #portichiusi ma, assuefatti all’inerzia, anche dal difendere la libertà al costo della vita all’applaudire alla richiesta di un governo con pieni poteri. Così, a 500 giorni dal mandato, il ministro ha riportato in piazza un’espressione cancellata da 73 anni di Repubblica e bandita dalle democrazie europee dopo la seconda guerra mondiale. In nome di cosa? Delle parole “crisi” ed “emergenza” e quindi “sicurezza” e “straordinario”.

Cos’è che forgia e orienta il nostro comportamento se non il linguaggio? Accetteremmo che si parlasse di “pieni poteri” se non avessimo abituato orecchie e labbra a questi termini, leitmotiv dell’Estate Italiana Tour, e soprattutto al linguaggio dell’odio? “Crisi” ed “emergenza” sono parole che indicano una fase di transizione, un inciampo del progresso, di cui si abusa in politica per legittimare misure straordinarie. E non a caso “straordinario” è un aggettivo ricorrente nel testo del decreto sicurezza bis. Cosa rischiamo di perdere in questa retorica?

Non stiamo forse accettando la perdita di umanità e libertà, dopati da questo linguaggio palliativo e cullati dall’illusione che si tratti di una fase transitoria? Salvini lo ha detto chiaramente: «Questa è un’emergenza, perché l’Italia ha bisogno di un parlamento e di un governo con pieni poteri». Di fatto, alle prossime votazioni tanto invocate in questi giorni, gli italiani sembrano chiamati a confermare o meno la democrazia. Faremo ancora in tempo per uscire la testa dall’acqua prima che il fondale marino diventi un pentolone bollente?

 

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