Il gigante e la bambina sotto il sole contro il vento

In un giorno senza tempo camminavano tra i sassi

Il gigante è un robusto percussionista coperto da una nuvola bianca di capelli, la bambina è un’esile e seducente sirena nascosta in una grotta nel punto in cui s’incontrano i mari del Nord e quelli del Sud. Camminano fra le vigne di Negramaro, lui percuotendo con le potenti dita un enorme tamburo a cornice che gli nasconde il volto, lei muovendosi leggera come una danzatrice cinese di Dunhuang. Ascoltano la voce dei venti, dialogano con loro. Sono Alfio Antico, il dio tamburo, e Vera Di Lecce, spiritello salentino.

I venti parlano è il progetto che vede insieme l’artista lentinese e la cantante e compositrice con l’anima musicale divisa tra elettronica e tradizione. Finanziato da Puglia Sounds, ha visto la luce quest’estate, presentato in anteprima nel Museo del Negramaro nel Salento.

«Avevo incontrato Alfio durante la mia collaborazione con Cesare Basile», racconta Vera Di Lecce, “caminante” in pianta stabile dal 2018. «Alfio aveva lavorato con i miei genitori (Cristina Ria e Giorgio Di Lecce sono stati attori di teatro sperimentale e ricercatori nell’ambito della tradizione salentina, nda). Ci siamo poi incontrati proprio durante un concerto di Cesare. Dopo un po’ di tempo, Alfio mi ha chiamata sottoponendomi questo progetto».

«Vera la conoscevo da piccolissima», sorride Alfio Antico. «Frequentavo spesso casa sua, ero molto amico del padre, e quindi la vedevo aggirarsi per casa. Ci siamo rivisti dopo tanto tempo attraverso Cesare Basile. Lei è molto brava, è una ragazza molto timida e riservata. Mi piacciono la sua dolcezza, il suo romanticismo, la sua ricerca sonora. È attratta dall’elettronica, dalle figurazioni giapponesi. C’è qualcosa in lei che vuole svelarsi e che io spero di tirarle fuori. Lei, ad esempio, fa un uso particolare del tamburello: lo posa sul petto e lo usa come cassa armonica. Ha una voce splendida ed ha le qualità per diventare un’attrice. Questo progetto, arcaico, profondo, forte, era adatto per lei».

«È avvenuto tutto in modo naturale e spontaneo», riprende la ragazza salentina. «Io ho composto le ambientazioni elettroniche e gli interventi vocali, e su questi Alfio ha fatto fluttuare il suo tamburo e la sua voce. Poi si è aggiunta la presenza di Matteo Antico con i suoi strumenti sperimentali». A causa della pandemia, le prime prove si sono svolte a distanza. «Poi ci siamo incontrati nel Salento e tutto è scivolato via con facilità e genuinità».

I venti parlano rappresenta l’intersezione fra il soffio caldo e potente dello scirocco del percussionista lentinese e la sferzata glaciale e spettrale della tramontana della cantante pugliese, scompigliati dai “rumori” dei marchingegni di Mattia Antico. È l’incrocio tra strumenti naturali, come il tamburo di legno con la pelle di pecora, e stregonerie tecnologiche. Un “Dialogo d’amuri” suggestivo, curioso, affascinante, poetico. È l’incontro tra mondi ancestrali, tribali, mitologici: uno legato alla Magna Grecia, l’altro a Thor. Tra le Bucoliche e il Signore degli Anelli.

Una dimensione borderline, come quella seguita da Vera Di Lecce. Una bambina cresciuta a colpi di karate e kung fu, ascoltando nella sua stanzetta i dischi di Radiohead e Björk in una casa in cui papà e mamma erano i custodi delle tradizioni salentine. Gli inizi giovanissima nella band del padre, gli Arakne Mediterranea, poi il folk moderno dei Nidi D’Arac, nel 2012 la svolta solista, sintesi del suo percorso umano e artistico. «Sono sempre in viaggio con la musica: Nord Europa, Oriente, America, Mediterraneo. Cerco di attingere da più tradizioni», spiega. «Il mio percorso è virato sull’estero».

Si può conciliare la musica solare del Sud, basata su strumenti tradizionali, con quella fredda e distante per mentalità e cultura del Nord Europa? Sì, secondo Vera Di Lecce. «È vero, è un’altra visione del mondo. Ma deriva anch’essa da tradizioni tribali. L’ambientazione, l’estetica, la filosofia nordeuropea sono quelle dei vichinghi. Anche loro usavano i tamburi, adoravano dei, avevano miti e leggende. Ogni popolo ha una sua tradizione che conduce a una evoluzione musicale. A me piace attingere da culture diverse e mescolarle».

Elettronica berlinese (la città tedesca è stata una importante tappa nella formazione di Vera), gothic rock, danze giapponesi e cinesi, letteratura fantasy, un pizzico di trip hop, folktronica, tradizione, per non dimenticare la propria appartenenza. Una ricerca sonora che ha come obiettivo la performance. «Lavoro per arrivare a una performance che mi soddisfi, esploro in diversi campi: canzone, arte, teatro, danza, arti marziali, video, grafica fanno parte di un filo conduttore».

Painfall, Shellbone e The Truth sono le canzoni-video che preludono al secondo lavoro da solista. E il fil rouge è la lotta contro i propri demoni: «Seguitemi nel mio sogno distorto. Incontreremo un’entità che ci ammalierà con una melodia incantatrice. Ci aggredirà con domande su noi stessi cavalcando un synth drago in un cielo di percussioni cinesi».

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