La simbologia della maschera tra finzione e realtà: dalla preistoria al Cosplay

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In occasione di Etna Comics 2019, Catania è stata invasa da persone di ogni età dai costumi bizzarri che ci hanno spinto a riflettere sulle origini di un fenomeno sempre più diffuso anche in Sicilia, a partire da un oggetto ancestrale ricorrente nelle varie civiltà umane

Cos’hanno in comune un anziano in versione Jiraiya, una bambina vestita da Jasmine e una maschera tradizionale africana? Fiera del fumetto, Carnevale e mondo primitivo condividono lo stesso atavico bisogno umano, quello del mascheramento. La maschera regala a chi la indossa un’identità che non è però totalmente altra da chi la sceglie. Manufatto da sempre esistito, assume sfumature di significato diverse nel corso della storia, con una costante: la tensione fra svelamento e occultamento. In che modo si rivela d’aiuto per l’uomo?

LE ORIGINI. Nelle civiltà dei primordi trova impiego in rituali religiosi, accompagnata spesso da pitture corporali o scarificazioni: è infatti uno strumento per entrare in contatto con il divino ed esorcizzare i mali. Nel mondo greco queste funzioni sposano brillantemente la tragedia in cui la maschera permette di amplificare fisionomia e voce: oltre a caratterizzare il personaggio, preservando gli attori da visibili segni di imbarazzo, funge da cassa di risonanza sonora. Sia che si tratti di soggetti animali di cui si cerca di invocare lo spirito a beneficio della comunità, sia che si tratti del ghigno beffardo di Papposileno, ogni maschera incarna la dialettica finzione – realtà che sta alla base della ricchezza dell’interiorità umana con cui quel dato manufatto intende, appunto, istituire ponti. Cosa c’entra tutto questo con il Cosplay?

DAL CARNEVALE ALLE FIERE DEL FUMETTO. Per capirlo può essere utile passare dalle prime dispute sul ruolo del Carnevale nel cattolicesimo. Mutuata dal paganesimo, questa festività, attraverso i mascheramenti, legittima per un breve periodo l’ineludibile bisogno di goliardia e dissolutezza tenuto a bada dalle convenzioni sociali. Che una breve parentesi all’anno non basti più lo dice proprio il fenomeno Cosplay. Nato secondo alcuni in America, secondo altri in Giappone, si diffonde in Italia negli anni ’90, grazie al crescente successo delle fiere del fumetto. Dall’unione della parola inglese costume col verbo inglese to play, si tratta dell’interpretazione di un personaggio preferito (anime, fumetti, videogiochi…) attraverso non solo maschere, parrucche, trucco e costumi, ma l’imitazione dei suoi modi di fare. Questa pratica remixa quindi tutte le funzioni assunte dalla maschera nella sua storia millenaria. Bandiere arcobaleno, rifiuto della ceretta e Cosplay urlano in modo diverso nuovi spazi di libertà. Se da un lato la società con internet è diventata liquida, dall’altro appare stretta: si ha la sensazione che non riesca a dare voce alla propria unicità. Come indicano l’etimologia latina e quella greca, “maschera” e “persona” sono due termini collegati, e non è un caso. In senso filosofico, il termine “persona” esprime singolarità e sacralità di ogni individuo che la maschera tutela permettendo una continua rinascita dell’io, inesauribile creatore di se stesso. In che modo?

BATMAN, LA MASCHERA DENTRO IL COSPLAY. Anche a Catania non è difficile incontrare, in un periodo che non sia Carnevale, persone di ogni età travestite da personaggi immaginari: succede per Etna Comics. Evergreen fra i cosplayers del festival internazionale del fumetto e della cultura pop sono i supereroi, anch’essi maschere. Batman ad esempio, che quest’anno festeggia 80 anni, incarna poteri animali, quelli del pipistrello. Perché proprio i pipistrelli? «Perché mi fanno paura. Che li temano anche i miei avversari», risponde Bruce Wayne in “Batman Begins”, il film del 2005 diretto da Christopher Nolan. Si guadagna così il titolo di maschera ideale: il suo scopo non è solo esorcizzare mali esterni (la corruzione di Gotham); ma il primo male che vuole scongiurare è dentro di sé. Il miglioramento della realtà passa attraverso il continuo superamento di se stessi. Qui si gioca la partita dell’uomo, nelle maschere che indossa e in quelle che getta. Per diversi pensatori, da Hannah Arendt a Friedrich Nietzsche, la maschera positiva è quella che permette di essere se stessi per andare oltre se stessi. Più maschere di Batman allora e meno dello Spaventapasseri.

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