«La fotografia non è la memoria del passato. La Fotografia rende, trasforma anticipatamente il presente in memoria. Immaginiamo un fotografo un giorno di un anno qualunque, in un posto qualsiasi: egli osserva il luogo, le persone, le cose, la condizione della luce, i costumi, ecc. Insomma vede e constata tutto in un flusso continuo e vitale. Allora decide di registrare, decide di fare un resoconto visivo e fotografico di tutto ciò. Ecco che lì, in quell’istante dello scatto, egli trasforma il flusso continuo di quello che è davanti a lui in una memoria presente, cioè in un passato». Tra i numerosi fotografi siciliani, Nicola Scafidi è sempre riuscito a distinguersi: il suo sguardo non risulta mai folcloristico, né tantomeno superficiale o banale. La fotografia, d’altra parte, l’aveva nel sangue: per generazioni la sua famiglia, come nessun’altra, ha ritratto la Sicilia e soprattutto Palermo con una continuità storica senza precedenti, immortalando angoli e volti della città, attraversando le epoche, passando dalle lastre di vetro agli all’occhio innovative del digitale

Nato a Palermo nel 1925, comincia infatti a districarsi nel mondo della fotografia già nel 1943, l’anno dello sbarco in Sicilia degli alleati: sono del 1945 i suoi primi servizi sul banditismo e sul separatismo. Per 26 anni lavora come fotogiornalista al giornale” L’Ora”, spesso in stretta collaborazione con il giornalista Mauro De Mauro, rapito dalla mafia e mai più ritrovato. Inoltre collabora come fotoreporter con “L’Unità” e “Il Giornale di Sicilia”. Rimasto nella storia il suo fotoreportage sul bandito Salvatore Giuliano (riuscì a fare quegli scatti solo perché accettò di essere trasportato con gli occhi bendati nel luogo del suo rifugio).

Tra le sue attività anche quella di fotografo di scena: da ricordare, su tutti, l’apporto dato a “Il viaggio” di Vittorio De Sica, a “Giovanna d’Arco” di Rossellini, e poi a Bolognini, Zeffirelli e Visconti per il film “Il Gattopardo”. Collabora con Enzo Biagi agli inizi degli anni ’60 per la realizzazione di un documentario sui maghi in Sicilia, Nei giorni successive al drammatico terremoto del Belice lavora fianco a fianco con Sciascia. Ben presto le sue foto varcano i confini nazionali, per approdare su celebri riviste come Time, e Der Spiegel. Nel 1968 riceve a Milano il “Premio nazionale fotoreporter”.

Il rapporto di Nicola con la fotografia ha sempre avuto un approccio inclusivo: subito dopo la guerra, fa stampare un biglietto pubblicitario il cui testo recita così: «Se la gente non viene allo studio noi andiamo dalla gente!». Comincia, infatti, a girare per le strade di Palermo, i mercati, le case povere, le campagne, le stazioni, i funerali, inquadrando volti, cogliendo pose disinvolte e invitando a ritirare la foto gratis presso lo studio di famiglia. Una scelta rivoluzionaria per quegli anni, che fa di Scafidi un testimone della città unico nel suo genere, capace di raccontarla in tutte le sue contraddizioni, brutture e speranze. 

Tra le numerosissime immagini scattate nel Corso della sua carriera, c’è quella presentata in questo appuntamento della rubrica, dal titolo “L’Emigrante”. Scattata nel 1960 alla stazione ferroviaria di Palermo, la foto scava dritta nell’anima dell’osservatore. È proprio vero che a volte solo con una foto si può raccontare una storia, una grande storia.  Un uomo aspetta di partire col treno seduto in una delle tre valigie che porta con sé. L’espressione del volto è tesa, ma non depressa, anzi, la malinconia per quello che sta lasciando sembra mischiarsi con la speranza di qualcosa di bello che troverà nel luogo dove sta andando a lavorare.  Sulla valigia alla sua destra un piccolo pranzo a sacco che serve per cibarsi per le ore che dovrà trascorrere in treno. Le mani incrociate come se pregasse. Lo sguardo fisso e pieno di domande contagia, non è facile staccarsi da quegli occhi pieni di fiducia. La luce del cielo che si intravede sopra la carrozza del treno e lo stesso riverbero dietro l’uomo è come se avvolgessero in un abbraccio non solo un istante della sua vita, ma tutta la sua esistenza, la sofferenza che lo ha portato a partire, le sue certezze, compresi i suoi sogni.

Analizzando la sua corposa produzione di immagini soprattutto di cronaca nera colpisce in Scafidi l’attaccamento alla vita. Come lui stesso dichiarò in una intervista, a proposito dell occasioni in cui aveva dovuto fotografare degli spiacevoli fatti di cronaca: «sono contrario a fotografare il cadavere da solo. Cerco sempre di contrapporlo a qualcosa possibilmente vivo». Nelle sue inquadrature, la vita si oppone sempre alla morte: la vita e la speranza, insomma, come unico criterio conoscitivo, come affermazione di qualcosa che può sovrastare l’ombra della morte. 

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