L’alba, Taormina, la vista regale dell’Etna: John Ruskin e il bisogno di Sicilia
Il celebre scrittore e critico d’arte britannico aveva l’abitudine di viaggiare in tutta Europa per scrivere i saggi sulle rovine classiche e medievali che ancora oggi contengono elementi di modernità. Ma quello nell’isola fu un approdo diverso: per cercare di dimenticare la malattia che affliggeva la propria amata. Furono giorni intensi, culminati in una vista mozzafiato, che ispirò delle splendide parole. Uno degli ultimi ricordi felici prima di tornare alla sua vita. Prima di un finale tutt’altro che piacevole
Parecchie sfumature animano l’essenza, il concetto del viaggio. Il piacere dello sguardo e della meraviglia, l’attrazione per la conoscenza, il dolce smarrimento per ciò che si sottrae alla nostra abitudine, il bisogno – relativamente illusorio – di una fuga, di una cura. Convivono tutte nello spazio di una decisione, spesso, impulsiva, repentina, ma non per questo meno radicale. Forse perché la distanza, la dimensione di una meta che promette ed irretisce, è già una sorta di conforto. Un fondale su cui lasciar sedimentare incertezze ed aspirazioni. Perché per viaggiare implica, il più delle volte, lasciare spazialmente ed emotivamente indietro qualcosa. Sospendere un’irrisolutezza, un dolore ancora vivo, un’insoddisfazione profonda e disturbante. Affidare al nuovo, a ciò che si pone innanzi, la speranza di un frangente di felicità. Si cerca un segno, quando il movimento dettato dell’anima diventa irrefrenabile. Un’impressione che possa sovrapporsi all’ansia della partenza, che possa rispondere alle aspettative di un approdo sconosciuto. Si cerca, insomma, una corrispondenza. Un riflesso di sé stessi là dove mai si sarebbe considerato di trovarlo. Una parte del proprio essere dispersasi in chissà quale tempo. È il grande, infinito fascino dell’altrove. Quel (non) luogo dove le risposte appaiono sempre a portata di mano. Salvo poi manifestarsi nel modo più inaspettato. E svanire, talvolta, nel giro di un nuovo, tortuoso tragitto. Come quello che, nella primavera del 1874, condusse in Sicilia John Ruskin, uno dei più grandi intellettuali della storia britannica, apprezzato scrittore e autorevole critico d’arte, spesso menzionato – con alterno gradimento – da Marcel Proust. Il suo approdo sull’isola, infatti, non fu la conseguenza di uno dei tanti, tantissimi viaggi che lo videro impegnato in lungo e in largo per l’Europa, a caccia di rovine classiche e medievali sulle quali scrivere considerazioni ancora oggi decisamente moderne. Ma, piuttosto, l’espressione di un bisogno intimo, sentimentale, umano nella sua più compassionevole accezione. Fu un viaggio per dimenticare. Per dare momentanea requie ad un’amarezza che lo attanagliava: quella della malattia della sua amata Rose La Touche, che in quel di Londra combatteva con l’anoressia e con la depressione, all’epoca definita isteria.
Fu paralizzante, per Ruskin, dovervi fare i conti. Per Rose, la più promettente e acuta dei suoi studenti, aveva sfidato convenzioni, etichette, remore morali. I quasi di trent’anni di differenza non gli avevano impedito di amarla appassionatamente, di associarla ad un desiderio di rinascita dopo la controversa fine del suo precedente matrimonio. Dallo spettro di poterla perdere, dal senso di impotenza per le sue condizioni, nacque l’idea di approdare in Sicilia, accompagnato da Amy Yule, figlia dell’amico geografo Sir Henry. Cercava, forse, un motivo di distrazione. Un’immersione nella bellezza che aveva solo sfiorato attraverso i libri, che mai, nonostante fosse già stato in Italia, aveva avuto modo di incrociare. Di certo, afflitto al punto da non riuscire più nemmeno a scrivere, cercava emozioni capaci di destarlo dal suo malinconico torpore. Di rimetterlo in connessione con quell’arte e quella natura a cui sempre, attraverso i suoi scritti, era stato devoto. Giunto così a Palermo, si avventurò fino ai piedi di Monte Pellegrino, scrutando attentamente una città – e i suoi abitanti – che pienamente lasciava trasparire il sincretismo isolano, le sue fruttuose e numerose contaminazioni storico-culturali. Rese omaggio a Federico II e poi lasciò che i mosaici di Monreale gli raccontassero la storia della loro grandezza. Senza perdere di vista quanto inusuale, ma familiare, gli apparisse quell’universo di costumi secolari: «Costruita con grandi pietre color fango, – scrisse sul suo diario a proposito dell’urbanistica palermitana – con un balcone di ferro ricurvo davanti a ogni finestra, e ovunque camicie, camicie, camicie, camicie, sottogonne e lenzuola stese ad asciugare. Sembra una città di lavandaie senza stenditoi, che appendono ogni cosa fuori dalle finestre di casa». Quelle fugaci sensazioni le portò con sé fino alla parte orientale dell’isola, quando, nel giro di pochi giorni, si diresse prima verso Messina e la suggestiva vista dello Stretto, e poi verso Taormina, dove il richiamo del Teatro greco non poteva che esercitare su di lui un grande ascendente. Ed è proprio qui, in uno dei monumenti simbolo del Mediterraneo, che Ruskin fece esperienza di un’estasi quasi sublime. Che la sua visione razionale e progressista, tanto lungimirante da adombrare temi come la sostenibilità ambientale e la responsabilità delle comunità nella tutela dei beni che hanno ereditato, lasciò spazio, per un attimo, all’incanto di una visione imponente. A quell’Etna che aveva intravisto da Messina e che, in un’alba taorminese, si era mostrata in tutta la sua regale bellezza: «Il fumo dell’Etna – scrisse in una delle sue lettere – si distendeva verso oriente dalla cima in una sola, morbida fascia orizzontale, lunga venti miglia. Conosco la distanza con un margine d’errore di appena uno o due miglia: la vetta dell’Etna dista dieci miglia dalla costa e il fumo si era spinto per altre dieci miglia sul mare. Ma là dove si levava dal cratere, si raccoglieva in masse fitte, candide e maestose, che accoglievano il rosa dell’alba proprio come farebbe una nube temporalesca – una nube bianca – mentre tutto il resto della montagna rimaneva ancora oscuro contro il cielo. E, dalla parte opposta, il sole sorgeva in modo da splendere esattamente attraverso uno degli archi del teatro greco; così che, da un lato, appariva l’Etna nel pieno splendore dell’aurora, e dall’altro un edificio greco si stagliava contro la luce, mentre i raggi apollinei lo trafiggevano come se la presenza stessa di Apollo vi si manifestasse, in una gloria simile a una statua di fuoco sotto l’arco». L’abbraccio supremo tra la divina natura e la memoria dell’ingegno umano – le due direttrici che da sempre avevano animato i suoi studi – si era materializzato lì, in Sicilia, davanti ai suoi occhi. In quello che sarebbe diventato uno degli ultimi ricordi felici della sua vita.
Ripartì poco dopo, iniziando la risalita della Penisola che in ottobre lo avrebbe ricondotto nel Regno Unito. Rose, sempre meno padrona di sé stessa, ancora prigioniera del suo male e della casa di cura che l’aveva presa in carico. Nel maggio del 1875, a soli 27 anni, la donna che aveva ispirato Sesamo e gigli, uno degli scritti più celebri di Ruskin, spirò. Nulla fu più lo stesso. Anche lo scrittore britannico cadde in una sorta di progressiva insania. Mente e corpo lo abbandonarono a poco a poco, dal momento in cui la sua solitudine fu insanabile. Nel 1900, si spense in uno sperduto villaggio del Furness. Forse con il ricordo di una delle ultime occasioni in cui la sua anima era stata ristorata. In quella Sicilia nella quale, anche solo per pochi giorni, aveva trovato soccorso.
(In copertina: Foto di Mario Cutroneo | Flickr | CC BY-NC-ND 2.0)

Hai apprezzato questo contenuto?
Il Sicilian Post è gratuito e continuerà a esserlo.
Ma il giornalismo indipendente ha un costo: ogni inchiesta, ogni storia verificata, ogni articolo nasce dal lavoro di persone che scegliamo di retribuire in modo equo.
Se sei arrivato fin qui, forse questo lavoro per te ha valore.
Per continuare a offrirlo a tutti abbiamo bisogno anche del tuo supporto.
Abbonarti significa sostenere un’idea di informazione libera e responsabile.
Come segno di ringraziamento, agli abbonati riserviamo alcuni contenuti e iniziative editoriali.




