Da tempio greco a chiesa bizantina, a moschea, ancora a chiesa e poi a caserma spagnola e case private. Una storia millenaria quella dell’Apollonion di Siracusa: il tempio greco dedicato ad Apollo, il dio del sole del pantheon ellenico, fratello di Artemide e figlio di Zeus e Latona. I suoi resti all’ingresso dell’isola di Ortigia rappresentano un unicum nell’Occidente greco poiché questo edificio è il più antico costruito dalle maestranze greche interamente in pietra. Per innalzarlo, i siracusani di epoca greca sfruttarono le cave del vicino Plemmirio da cui si estraeva una pietra bianca, duttile e resistente, perfetta per costruire – per la prima volta – un tempio senza usare il legno e quindi sperimentare la perfezione di quella che sarà la grande architettura greca.

Era il VI secolo avanti Cristo e la scelta di costruire questo tempio proprio all’ingresso dell’isolotto non fu casuale: qui, infatti, nel 734 a.C. i coloni corinzi approdarono guidati dall’ecista Archia per fondare la città che divenne tra le più belle dell’antichità. Ed è qui che ancora oggi si trovano i resti maestosi di questo monumento unico al mondo che, nonostante appartenga all’epoca più arcaica della colonia aretusea, custodisce ancora molti misteri da svelare e a cui gli studiosi stanno lavorando.

Sarebbe questo l’unico caso finora noto in cui, nel primo quarto del VI a.C, la dedica di un tempio greco è la firma di un architetto. Nemmeno Ictinos ebbe questo privilegio in Attica.

La scoperta dell’Apollonion è tuttavia, in un certo senso, “recente”: l’edificio, come detto, subì nel corso dei secoli una serie di trasformazioni che ne nascosero e distrussero alcune parti fino ai primi scavi avvenuti solo alla fine dell’Ottocento. Qualcuno racconta che i resti maestosi delle colonne del tempio fossero inglobati nelle case private fino alla metà del Novecento tanto che, qualche curioso, poté vedere un capitello dorico nascosto nell’armadio di una di queste. Leggende che si intrecciano con la realtà di un monumento che rappresenta la storia stessa della Sicilia e non solo: sulla gradinata di accesso al tempio si trova un’iscrizione scoperta nel 1864 dagli archeologi, un caso rarissimo nell’antichità greca.

Foto wikipedia

L’ISCRIZIONE. L’epigrafe si trova in corrispondenza delle prime tre colonne di sinistra della facciata est del tempio – opposta a quella attuale – e si estende per una lunghezza di 8 metri; è composta da lettere alte circa 20 centimetri in caratteri dell’alfabeto cosiddetto locrese: elemento da cui deriva la datazione dell’iscrizione posta attorno alla metà del VII a.C.

La lettura più consueta è la seguente: “Kleomenes, figlio di Knidieidas, fece ad Apollo (il tempio) ed Epikles (fece) i colonnati, opere belle”. Kleomenes sarebbe dunque stato l’architetto che aveva progettato il tempio e diretto i lavori di costruzione insieme al suo aiutante, Epikles, che si sarebbe occupato della novità più importante: le colonne. Sarebbe questo l’unico caso finora noto in cui, nel primo quarto del VI a.C, la dedica di un tempio greco è la firma di un architetto. Nemmeno Ictinos ebbe questo privilegio in Attica. Non vi è tuttavia certezza sulla figura di Kleomenes che, forse, potrebbe essere stato il committente del tempio piuttosto che l’architetto, o ancora un personaggio illustre della comunità siracusana dell’epoca. Quel che è certo è che il tempio rappresenta un monumento di grande importanza nel panorama architettonico antico per le sue peculiarità e per la sua storia.

Dario Palermo, docente Unict: «Costruito agli inizi del VI secolo a.C., il tempio è uno dei più antichi esempi dell’architettura di ordine dorico, che in esso si presenta già compiutamente formato in tutte le sue parti».

«Il tempio di Apollo a Siracusa ha una straordinaria importanza – dice il docente Dario Palermo dell’Università di Catania – per la sua alta antichità e per la specificità delle sue caratteristiche nella storia dell’architettura antica e per la possibilità che ci offre di intravedere qualche elemento di storia della Siracusa di età arcaica, per la quale, come è noto, mancano totalmente i documenti. Costruito agli inizi del VI secolo a.C., il tempio è uno dei più antichi esempi dell’architettura di ordine dorico, che in esso si presenta già compiutamente formato in tutte le sue parti, con caratteristiche però di alta antichità, quali le proporzioni allungate della pianta, con 17 colonne sui lati lunghi e soltanto 6 sulla fronte, la cella allungata con doppia fila di colonne all’interno, l’echino voluminoso, pesante e di forma schiacciata dei capitelli, la salda robustezza delle colonne ricavate da un unico blocco di pietra calcarea».

LE TRASFORMAZIONI. Il tempio divenne chiesa bizantina come raccontano ancora i resti della scalinata frontale e tracce di una porta mediana; dopo fu trasformata in moschea islamica e ne è un segno l’iscrizione araba che si legge lungo la parete dell’edificio ancora in piedi e che, forse, era parte del mihrab. Ancora, l’edificio divenne in parte la chiesa normanna di San Salvatore e, ancora dopo, fu inglobata nella caserma spagnola che venne edificata nel ‘500. Parti del tempio vennero usate per costruire case private e proprio abitazioni nacquero attorno alle colonne e sull’antica pavimentazione dell’edificio. Solo alla fine dell’Ottocento vennero scoperti i resti dell’Apollonion all’interno della caserma e, nei primi anni del Novecento, vennero iniziati gli scavi e la conservazione del sito con i resti del santuario che era accanto al tempio. La ricostruzione dell’Apollonion con i suoi colori e la sua maestosità si può immaginare ammirando i resti archeologici al museo “Paolo Orsi” di Siracusa. Un viaggio nella storia e nella bellezza.

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