Certi cervelli fanno giri immensi e poi ritornano. È il caso proprio di dirlo di fronte al controesodo di tanti giovani emigrati che stanno sfruttando nelle case al Sud la modalità di lavoro agile. Sono ragazze e ragazzi che hanno deciso di restare giù finché le aziende non chiederanno il rientro in ufficio, oppure di prolungare il soggiorno estivo nella loro terra. E se anche una volta scongiurato ogni rischio di contagio queste menti rincasate potessero restare, continuando a lavorare per aziende del Nord ma vivendo nel Meridione? La domanda, che potrebbe  comportare un diverso assetto geo-economico dell’intera penisola, non mette d’accordo gli interessati: da un lato c’è la terra natìa che attrae come un magnete i suoi figli, dall’altro l’indipendenza guadagnata – facendo a pugni con il distacco – in grandi città a cui ci si scopre legati.

DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA. Francesca, 30enne di Santa Venerina, in provincia di Catania, è analista funzionale a Milano ma lavora al Sud dal 1° marzo: la sua azienda ha imposto lo smart working fin dal 21 febbraio. «Sono contentissima di lavorare beatamente da casa mia – racconta – e sarebbe fantastico poter continuare a farlo. Qui si conduce una vita più tranquilla e poi ho sempre pensato che il lavoro fatto in ufficio possa essere svolto ovunque». Secondo lei la dislocazione del lavoro, non più concentrato in poche grandi metropoli, potrebbe essere l’occasione per il rilancio del Meridione, per accorciare la forbice geografica e ripensare una maggiore distribuzione dei flussi economici. Decisamente meno propenso al south working è Graziano, 28enne di Acireale consulente nella città meneghina. «Per me ritornare qui in via definitiva sarebbe un distacco eccessivo dopo due anni e mezzo fuori. Mi sono abituato a vivere da solo con miei ritmi e i miei spazi. Fra l’altro qui risparmio sulla spesa ma l’affitto a Milano lo continuo a pagare». 

«Sebbene io sia felice di stare qui con i miei affetti mi manca anche il rapporto con i miei colleghi di Milano, dove oltretutto ci sono tante opportunità lavorative, sociali e culturali. L’ideale per me sarebbe quindi continuare a lavorare alle pendici dell’Etna, e recarmi al Nord due o tre volte al mese»

TRA SCELTE E RINUNCE. Francesca e Graziano, come molti altri giovani emigrati, si trovano costretti ad affrontare due vite diverse: una nella terra natìa e l’altra in quella che li ospita. Al di là delle loro opinioni, resta quindi il fatto che ogni scelta comporta una rinuncia, motivo per cui entrambi sono alla ricerca di un compromesso. «Sebbene io sia felice di stare qui con i miei affetti – spiega Francesca – mi manca anche il rapporto con i miei colleghi di Milano, dove oltretutto ci sono tante opportunità lavorative, sociali e culturali. L’ideale per me sarebbe quindi continuare a lavorare alle pendici dell’Etna, e recarmi al Nord due o tre volte al mese». Un’opzione impraticabile per Graziano, che ci costringe a fare i conti con i limiti del gap infrastrutturale: «Recarsi ogni tanto a Milano sarebbe un trauma per chi viene dalla Sicilia. Serve per forza l’aereo oppure si viaggia in auto o in treno perdendo un giorno. È come se tu vivessi dall’altra parte del mondo». Il compromesso, per lui che difende la vita nella città che lo ha accolto, sarebbe piuttosto limitarsi a cogliere i vantaggi che lo smart working consente già, come prolungare a suo piacimento la permanenza nella sua amata terra. «Ho sempre avuto la possibilità di lavorare circa due giorni a settimana da remoto ed è capitato che ne usufruissi per venire in Sicilia, ad esempio per andare alla laurea di mia sorella. Adesso ne approfitterò per stare qualche settimana in più oltre le ferie».

«Alcuni capi prima del lockdown erano poco inclini allo smart working perché pensavano che, venendo meno il controllo, si lavorasse di meno. Io in realtà sento maggiore responsabilità»

WORK-LIFE BALANCE. Ma cosa ne pensano in generale del lavoro agile? «Una nota negativa – riflette Graziano – è data dal fatto che non è detto che a casa si disponga della postazione ergonomica o della fotocopiatrice. O peggio ancora, della connessione. Fortunatamente non è il mio caso perché l’azienda mi fornisce anche questa. Di positivo c’è che chi vive lontano dalla sede guadagna ore che altrimenti impiegherebbe per spostarsi con i mezzi anche se spesso chi è casa è meno indulgente con gli orari di lavoro e quindi paradossalmente rischia di avere meno tempo per sé». Su questo punto si esprime anche Francesca: «Alcuni capi prima del lockdown erano poco inclini allo smart working perché pensavano che, venendo meno il controllo, si lavorasse di meno. Io in realtà sento maggiore responsabilità». I dubbi sollevati da entrambi guardano ai rischi legati a una maggiore sedentarietà. «Tutto dipende dalla capacità di equilibrare vita lavorativa e vita privata», chiosa Graziano.

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