Le radici di un popolo stanno nella lingua: i siciliani e il canto della libertà

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Le parole, il modo in cui vengono pronunciate e percepite, sono l’indice tramite cui valutare lo spirito di un popolo, la sua memoria. Quello isolano, tenendo, come dice Buttitta, il legame col passato, nonostante ogni crisi, sa di poter sempre ritrovare se stesso, di possedere una ricchezza inestimabile

Cos’è che, generazione dopo generazione, permette ad un popolo di mantenere viva la sua identità? Cosa segna il discrimine tra la sopravvivenza e l’oblio? In secoli di storia, innumerevoli, ai limiti dell’incalcolabile, sono state le civiltà schiacciate, cancellate, soppresse dalle loro fragilità interne o dalla prepotenza degli invasori. Molto spesso le tracce della loro esistenza, quando non si ha la fortuna di rinvenire dei monumenti intatti, consistono nel ricostruire la lingua utilizzata. Ed è proprio questo il segreto che risponde ai nostri quesiti iniziali: la lingua, l’arte della parola e della comunicazione, vivifica le radici di un popolo e lo mette al riparo dalla scomparsa o dalla sottomissione. Più quel popolo mostrerà attaccamento verso i suoi meccanismi comunicativi, maggiore sarà l’affermazione della propria identità. I siciliani, da questo punto di vista, sono davvero dei maestri del settore. Pochi, come gli abitanti isolani, manifestano quell’orgogliosa e diffusa consapevolezza di possedere un patrimonio linguistico d’eccellenza, forgiato da millenni di fruttiferi incontri interculturali e nobilitato da usi artistici. Perché il linguaggio porta con sé il sapere e la sua trasmissione, la genetica affettiva e materiale di una terra. Ignazio Buttitta, che dell’idioma siciliano ha fatto la sua cifra stilistica, conosceva bene il valore della sua conservazione.

In una delle sue più celebri liriche, ancora oggi spesso recitata nei teatri siciliani, scriveva: «Un populu mittitulu a catina, spugghiatulu, attuppatici a vucca, è ancora libiru. Livatici u travagghiu, u passaportu, a tavola unni mancia, u lettu unni dormi, è ancora riccu. Un populu, diventa poviru e servu quannu ci arrubbano a lingua addutata di patri: è persu pi sempri». Nell’accorato afflato di Buttitta il termine lingua non ha soltanto la valenza di linguaggio o dialetto, ma è, in senso più ampio, il contenitore della nostra memoria storica. Senza contezza del passato, delle prove, delle vicissitudini, delle lotte che hanno temprato il presente, senza l’ancoraggio a questi solidi trascorsi, nessun popolo può pensare di guardare con ottimismo al futuro. C’è, nel lascito delle generazioni che ci hanno preceduto, annidato nelle espressioni linguistiche che siamo soliti adoperare, il fuoco della nostra indipendenza spirituale, l’irriducibile animo che alimenta il corso della nostra esistenza. Oltre ogni imposizione, oltre ogni attribuzione, oltre ogni pregiudizio, questo sentirsi possessori di qualcosa di inalienabile sarà sempre la via per l’autodeterminazione. Come dice Buttitta, questo continuo sapersi collocare in virtù della propria specificità rappresenta una ricchezza inesauribile, che, soprattutto in tempi difficili, può fungere da stella polare per la rinascita.

Perché la memoria non è solo patrimonio, ma anche libertà. Il popolo che, in qualsiasi momento, conosce se stesso, non teme alcuno sconvolgimento. Non c’è crisi, non c’è depressione, non c’è scontro che possa fiaccare l’istinto di quella libertà. Preservare il proprio contatto con la lingua non è arroccarsi nel chiuso della propria località, sentirsi autosufficienti o migliori rispetto al resto del mondo. Un popolo con un inattaccabile background è anche un popolo che sa dove vuole andare, che non ha bisogno di temere l’identità altrui. La lingua, perciò, è l’emblema di una peculiarità ma anche di un’apertura, di un saper donare e ricevere nel confronto con gli altri. A differenza di quanto si possa pensare, perciò, la differenza di lingua non è un elemento divisorio per le civiltà mondiali, ma un’occasione di vicinanza e di contaminazione. Per questo il popolo siciliano, nonostante le dominazioni e gli scossoni che ne hanno spesso minacciato le fondamenta, rimane essenzialmente libero. Perché non lascia andare ciò che lo ha reso tale, nemmeno se gli viene intimato. Perché tra le sue parole striscia, sinuoso, il canto dell’indomabilità.

 

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