«È un giovane di appena trent’anni, bruno, elegante, ha il monocolo. Parla con accento siciliano, e nel valido manipolo dei romanzieri siciliani, sebbene così giovane viene terzo, subito dopo il Capuana e il Verga. In questo mio soggiorno egli è stato uno dei tre o quattro compagni più cortesi e più cari e più assidui». Così, nell’agosto 1894, lo scrittore e giornalista Ugo Ojetti, attraverso la sua raccolta di chiacchiarate/interviste Alla scoperta dei letterati, tratteggiava le peculiarità del nostro illustre conterraneo Federico De Roberto, che proprio in quegli stessi giorni aveva assistito alla pubblicazione del suo capolavoro I Viceré. I due si erano conosciuti nei raffinatissimi circoli intellettuali milanesi, all’interno dei quali venivano condotti dei febbrili dibattiti a proposito delle questioni più scottanti relative all’attualità letteraria. A favorirne l’incontro era stato proprio Verga, che nella città meneghina aveva sostato fin dal 1872, prima di tornare presso la natìa Sicilia nel 1893. E fu proprio quella parentesi ventennale a lasciare un segno indelebile nella storia culturale italiana: non soltanto per l’irripetibile concetrazione di personalità dalla grande levatura (dai librettisti Arrigo Boito ed Emilio Praga al patriota Massimo d’Azeglio, passando per la celeberrima contessa Clara Maffei), ma anche per le consapevolezze che quegli anni – e lo stretto rapporto con l’autore dei Malavoglia – donarono allo stesso De Roberto.

Verga e De Roberto

Giunto a Milano nel 1888 come un emergente affamato di notorietà, infatti, venne ben presto accolto sotto l’ala protettrice di Verga. Un legame fraterno avvinse gli scrittori etnei, come confermano anche i rispettivi epistolari: amavano leggere l’uno l’opera nascente dell’altro, scambiarsi impressioni, consigli e critiche bonarie, nonché darsi forza nei momento di magra o di sconforto. Giunsero persino, per un periodo, ad abitare nello stesso palazzo, ad esplorare insieme quella metropoli del Nord dalla bellezza tanto abbacinante, a coglierne e riprodurne ogni contraddizione. Fu, a tutti gli effetti, un periodo di formazione e di incubazione per le rispettive prove di scrittura, attraverso il quale gli universi creativi dei due autori finirono per compenetrarsi. Tanto che, prendendo spunto da alcuni stralci testuali abbastanza noti, non è complicato rendersi conto di come De Roberto abbia sapientemente raccolto l’eredità del maestro. Quasi come se non fosse abbastanza citarne le gesta, ne portò avanti la missione e, per certi versi, il messaggio. Sappiamo, del resto, che Verga non riuscì a portare a compimento il cosiddetto “ciclo dei Vinti”(che avrebbe dovuto far seguire alle vicende di Gesualdo un ampio spaccato delle classi sociali più elevate composto da Duchessa di Leyra, L’onorevole Scipioni e Uomo di lusso): su questa scia De Roberto darà forma alle sue opere principali. A partire proprio dai Viceré, che si apre con la cerimonia funebre in onore della principessa Teresa Uzeda di Francalanza e l’immagine ossessiva del portone chiuso della nobile dimora: la stessa che funge da commiato proprio nel Mastro don Gesualdo, in seguito alla morte del protagonista. E come non scorgere ne L’Imperio una parafrasi verghiana di fronte alla seguente considerazione che l’autore mette in bocca ad uno dei suoi personaggi? «Come aspra e dura era la concorrenza tra quella folla avida d’arrivare; di quanti vinti era seminata la via». E, infine, come non intendere il medesimo romanzo – che racconta l’ascesa parlamentare dello smaliziato Consalvo – come la resa verista dell’ambiente politico che Verga aveva solo architettato di mostrare nell’Onorevole Scipioni?

Si chiudeva così questo curioso binomio di anime e di luoghi: grazie al quale la Sicilia delle campagne e della arrogante nobiltà aveva preso forma tra i vicoli della Milano industrializzata e borghese. Grazie al quale le cause che animavano i piccoli cuori, le piaghe che affliggevano i microuniversi di periferia, avevano preso a battere dal centro di quell’Italia che si augurava di rinascere unita. Grazie al quale, oggi, sappiamo che la letteratura è anche il prodotto degli opposti: l’affetto per la propria terra e la sua lucida condanna; la nostalgia della lontananza e l’abbraccio tra due spiriti affini. Rami dello stesso albero fioriti ognuno a modo suo.

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