«Stiamo vivendo un dopoguerra dagli effetti gravi, soprattutto per il ruolo delle donne nella società. Come nel 1944 queste si ritrovarono a essere partigiane, operaie, scioperanti per mantenersi mentre i mariti erano al fronte, così oggi dobbiamo prendere in mano la situazione. Se non ora, quando?». Nasce da queste urgente necessità denunciata dalla professoressa Lina Scalisi la discussione l’“Italia delle donne”, tenutasi il 22 ottobre in Sala Verga con un tavolo tutto al femminile a cui ha preso parte in veste di moderatrice. Protagoniste di questo serrato scambio di idee la prof.ssa Floriana Cerniglia, docente di Economia Politica all’Università Cattolica e membro della task force governativa “Donne per il Nuovo Rinascimento” (PNRR), la dott.ssa Maria Pia Urso, giudice della IV Sezione Penale della Corte d’Appello di Catania (specialista in delicate situazioni di violenza), la libraia Maria Carmela Sciacca (Vicolo Stretto e Prampolini) e la regista Maria Arena (Accademia delle Belle Arti, abita a Milano, coordinatrice della Scuola di Cinema dell’Accademia), autrice del film “Il terribile inganno”. La discussione ha avuto luogo a corredo dello spettacolo “Donne in guerra”, regia di Laura Sicignano (presente in sala) con Alessandra Vannucci, «storia di personagge autonome non funzionali ai personaggi, non “figlie di” o “mogli di”» spiega la regista.

Dal Piano Marshall al PNRR. Partendo da un parallelismo tra l’Italia del dopoguerra negli anni ’40 e l’Italia post-pandemia oggi, la storica Scalisi osserva: «Come all’epoca ci fu il Piano Marshall per risollevare la società, oggi c’è il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che prevede di accelerare la transizione ecologica e digitale, migliorare la formazione di lavoratrici e lavoratori e conseguire maggiore equità di genere, territoriale e generazionale, secondo i principi di inclusione». La speranza è che questi fondi pubblici siano investiti per migliorare la situazione sociale delle donne, che costituiscono solo il 42,1% dei lavoratori e hanno visto aumentare il livello di disoccupazione più degli uomini nell’anno della pandemia. A questo si aggiunge la precarietà dei loro posti di lavoro, spesso con contratti part-time per poter prendersi cura della famiglia e posizioni non di ruolo manageriale. Di fronte a tale situazione, il 63,5 per cento degli italiani reputa che, a volte, può essere necessario che una donna sacrifichi tempo libero e carriera per dedicarsi alla famiglia. Tali numeri, tratti dai dati Censis 2019 riportati in una seduta della Camera dei Deputati in merito alla parità di genere e alla violenza contro le donne, sono stati commentati dalla prof.ssa Cerniglia. «Prima ancora degli uomini, sono le donne a pensare di dover sacrificare il lavoro per accudire la casa, i figli o i genitori anziani, fungendo da “donne cuscinetto”. Questo è divenuto ancor più chiaro in lockdown, quando le lavoratrici hanno dovuto conciliare smart working e DAD dei figli».

Da circolo vizioso a circolo virtuoso. Benché il 60% dei laureati siano donne, in Italia solo una su due lavora in ruoli subalterni e con stipendi inferiori rispetto agli uomini: «Nel paese il gender gap si riscontra, in modo drammatico, non solo sul lavoro ma anche sul potere, sul reddito, sulla salute, sul tempo e sulla conoscenza. Questi sei indicatori sono cruciali: l’UE ogni anno dà un indice sulla disparità di genere nei suddetti campi e l’Italia è al 14esimo posto su 27» denuncia la Cerniglia, che conclude: «Il PNRR deve capire prima di tutto perché le donne non lavorano e risolvere il problema. Da un confronto con i Paesi del Nord Europa emerge che in Italia le donne non lavorano, ma non fanno figli. È un circolo vizioso: non fanno figli perché manca il loro reddito per dare stabilità alla famiglia, ma per conciliare lavoro, maternità e paternità c’è bisogno di strutture assistenziali come asili nido, scuole a tempo pieno, congedi. Solo così si attiverebbe un circolo virtuoso».

Da sinistra: Maria Pia Urso, Maria Carmela Sciacca, Lina Scalisi, Maria Arena, Laura Sicignano, Floriana Cerniglia

Ripartire dai testi scolastici. «L’impegno del femminismo è proprio questo: capire l’origine della disparità di genere e risolverla. Essa affonda le sue radici nella cultura patriarcale, ma mentre per fare una rivoluzione basta un giorno, per cambiare la mentalità della gente occorrono anni» spiega la docente Maria Arena, che nel suo film “Il terribile inganno” dà voce alle femministe e analizza la società attuale. «Per raggiungere la parità bisogna intervenire prima di tutto sulla formazione: nei testi scolastici le donne della storia sono assenti o recluse in piccoli spazi di approfondimento a cui nessuno presta attenzione. E quando vengono menzionate, ad essere inculcati nelle teste dei nostri ragazzi sono triti stereotipi come quello di Penelope che attende a casa il rientro di Ulisse» denuncia.

L’importanza di formazione e cultura. La soluzione quindi è partire dalla formazione: «La prima agenzia formativa è la famiglia, – afferma la Scalisi – ma a seguire ci sono la scuola e i libri». Per questo prende la parola Maria Carmela Sciacca, libraia e “imprenditrice di cultura”, come ama definirsi, in una Sicilia dove l’imprenditoria femminile è ardua. «Quando io e mia sorella Angelica abbiamo investito nella Prampolini, storica libreria di quartiere, lo abbiamo fatto per dare un punto di incontro a quei ragazzi di San Cristoforo che non vogliono diventare ciò che la società dice loro di essere: parcheggiatori abusivi, donne delle pulizie sottopagate. – spiega la libraia – Ci sono bambini di nove anni che vengono in libreria di nascosto, vergognati, per leggere libri che non acquistano perché non hanno i soldi. Che importa? L’importante per ora è che leggano e imparino a mangiarsi il mondo. È una gioia vedere ragazze che entrano con un testo di chimica organica e cercano libri di Simone de Beauvoir: loro non hanno paura della scienza e della cultura e possono cambiare il mondo».

La famiglia come agenzia di formazione e isola. A condividere queste osservazioni è Maria Pia Urso, che da giudice ammette come San Cristoforo sia visto spesso soltanto come luogo di spaccio, mentre le sorelle Sciacca hanno colto il meglio dando sostegno a chi non si immedesima nella malavita della zona. «La bellezza genera bellezza, quindi compriamo i libri» invita la dott.ssa Urso. Quest’ultima prima si occupava delle vittime di tentati femminicidi non consumati, “vittime ancora in vita, ma già morte, larve di persone” le ha definite; oggi fa parte della IV Sezione Penale della corte d’assise etnea, occupandosi di casi in cui le vittime hanno tragicamente perso la vita. «Se è vero che la famiglia è la prima agenzia formativa, è anche vero che essa purtroppo può pure diventare un’isola distante da tutte quelle riforme che hanno inserito la violenza contro le donne tra i reati di Codice Rosso. – rende noto la giudice – Per amore dell’unità familiare persino i parenti delle vittime difendono i carnefici, vedendo nella denuncia un fallimento disonorevole del tentativo delle figlie di mettere su famiglia». Un preconcetto che nasce da una visione maschilista denunciata in conclusione dalla direttrice dello Stabile catanese Laura Sicignano: «Le donne non sono sempre e solo funzionali agli uomini, non devono sentirsi in colpa se non accettano di sacrificarsi per loro ed essere additate come pericolosi esempi di ribellione. Bisogna capire che il vero benessere, di uomini e donne, si può raggiungere solo con la parità».

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