Luciano Fontana: «Il mondo si sta riarticolando. E l’Occidente non sa ancora come raccontarlo»

Ospite de “Il giornalismo che verrà – Festival dell’informazione mediterranea”, il direttore del quotidiano che quest’anno festeggia 150 anni di storia ha commentato i nuovi assetti globali, segnati da democrazie fragili e dall’uso della forza bellica come consuetudine. Di fronte a questa realtà, e alle distorsioni del digitale, i media tradizionali devono offrire verifiche, approfondimenti e contestualizzazione dei fatti. Tenendo sempre a mente i principi fondamentali di una buona informazione: indipendenza, oggettività dei dati e trasparenza verso il pubblico

La guerra non appare più come l’ultima risorsa della politica, ma come uno strumento sempre più ordinario di pressione e regolazione dei conflitti. Gli Stati Uniti non sono più, almeno non nello stesso modo, il centro stabile dell’alleanza democratica occidentale. La competizione con la Cina ridisegna gli equilibri globali.

In questo scenario, il giornalismo non può limitarsi a rincorrere le notizie: deve aiutare i lettori a capire il disordine. È da qui che Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, ha scelto di partire nel dialogo con i partecipanti al workshop “Il giornalismo che verrà”, promosso a Catania dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo. Non una lezione celebrativa sui 150 anni del Corriere, ma una riflessione sulla fragilità delle democrazie, sulla crisi della complessità e sulla responsabilità di chi informa.

Direttore, il mondo sembra entrato in una fase nuova: guerre più vicine, equilibri geopolitici che cambiano, democrazie più fragili. Che cosa deve fare il giornalismo?
«Penso, purtroppo con enorme dispiacere, che il mondo si stia riarticolando dal punto di vista geopolitico in una maniera molto diversa da quella che abbiamo conosciuto. Gli equilibri di forza stanno cambiando completamente. Basta pensare a che cosa fosse il rapporto tra Cina e Stati Uniti venti o trent’anni fa e a che cosa sia oggi dal punto di vista economico. Stanno emergendo potenze che un tempo erano regionali e che oggi hanno una capacità di proiezione globale: l’India, diversi Paesi africani, il Sud America. Molti di questi Paesi hanno un’idea delle libertà economiche e delle istituzioni democratiche molto diversa dalla nostra. È un mondo nel quale la competizione tra Stati Uniti e Cina sarà probabilmente l’elemento determinante. Speriamo che resti una competizione economica, ma non possiamo escludere che possa sfociare in conflitti.

«Il compito dei giornalisti è prendere un tema complesso e renderlo comprensibile senza banalizzarlo. Essere semplici non significa semplificare in modo scorretto. Significa aiutare il lettore a entrare nei problemi, a capire le conseguenze, a distinguere ciò che è importante da ciò che è solo rumoroso»

Luciano Fontana

C’è poi un secondo dato: la guerra sta diventando quasi uno strumento normale di regolazione dei conflitti. Non è più lasciata come ultimissima opzione, ma spesso appare come l’opzione più facile. Il terzo elemento riguarda quello che una volta chiamavamo campo occidentale. Gli Stati Uniti hanno oggi un orientamento molto diverso. C’è una tendenza a una democrazia che fa più a meno dei bilanciamenti, dell’articolazione dei poteri, del rapporto con l’opinione pubblica. Avere in questa condizione la nazione che aggregava le alleanze democratiche è certamente un problema.

In mezzo a tutto questo ci siamo noi, ci sono i Paesi europei. L’Europa sta cercando di stabilire legami diversi con altri Paesi e di riaffermare il rifiuto della guerra come strumento di regolazione. Il compito di un giornale, in questo quadro, è dare strumenti di comprensione, non slogan: raccontare i fatti, offrire contesto, spiegare le connessioni, aiutare i lettori a non perdersi in un mondo che cambia molto rapidamente».

Un momento dell’incontro presso la Scuola Superiore di Catania.
Al microfono: Giorgio Romeo. Sullo sfondo: Luciano Fontana.
Foto di Giuseppe Tiralosi

Questa richiesta di comprensione si scontra però con una politica sempre più portata alla semplificazione. In questo scenario, che funzione può avere ancora il giornalismo?
«Per alcuni aspetti lavoriamo controcorrente, non c’è dubbio. Anche l’estrema semplificazione della politica, l’idea che tutto sia risolvibile in slogan e che il giorno dopo tutti abbiano dimenticato ciò che è stato detto, ha prodotto effetti evidenti. Noi siamo controcorrente, ma non del tutto. Vedo un’enorme richiesta di pezzi di background e di comprensione sulle piattaforme digitali. Quando esce una notizia complessa, molti cercano subito la spiegazione, il contesto, la storia che permette di orientarsi. La nostra competizione non potrà mai essere con TikTok o con i social network: veicolano anche informazioni, certo, ma non hanno la stessa funzione di un giornale. Il nostro compito è prendere un tema complesso e renderlo comprensibile senza banalizzarlo. Essere semplici non significa semplificare in modo scorretto. Significa aiutare il lettore a entrare nei problemi, a capire le conseguenze, a distinguere ciò che è importante da ciò che è solo rumoroso. È una funzione che resta essenziale, forse ancora più essenziale oggi».

Al workshop abbiamo ripetuto spesso che sono in crisi alcuni modelli economici dei giornali, non il giornalismo nella sua funzione sociale. Come si tutela la fiducia?

«Capire se quello che ci arriva risponde alla realtà, se è vero o falso, oppure se è deliberatamente falso perché orientato da interessi politici o economici, è la questione delle questioni. I giornali di carta sono stati, fino a non più di dieci anni fa, uno degli strumenti principali di informazione. Oggi le notizie arrivano da migliaia di punti diversi. Probabilmente, come sistema informativo tradizionale, abbiamo una capacità di penetrazione e di influenza più bassa. Ma abbiamo qualcosa che altri non hanno: la capacità professionale di verificare, selezionare, gerarchizzare, spiegare. È su questo che dobbiamo costruire il futuro.

Penso però anche che la responsabilità individuale sia fondamentale. Ai giornalisti dico spesso una cosa: quando sei un giornalista del Corriere della Sera, le persone all’esterno ti percepiscono come un giornalista del Corriere. È molto difficile che ti percepiscano soltanto come un cittadino qualunque. Hai dunque una responsabilità supplementare. Quando si supera la semplice libertà di espressione e si rischia di danneggiare il pluralismo, la serietà o la credibilità della testata, bisogna intervenire».

«Se non aumenta il numero dei laureati, se non aumentano qualità e quantità della ricerca, se le tecnologie che stanno cambiando il mondo dobbiamo solo importarle da altri Paesi, l’Italia resta non protagonista. È accaduto con la rivoluzione digitale, rischia di accadere con l’intelligenza artificiale. In questo modo non romperemo mai il circolo vizioso della bassa produttività, della scarsa innovazione e della crescita debole»

Luciano Fontana

Veniamo all’Italia. Nel 2018 lei ha pubblicato Un Paese senza leader. Oggi l’Italia appare più stabile rispetto ad altre stagioni recenti, ma resta attraversata da fragilità economiche, sociali e demografiche. Qual è il tema più sottovalutato?
«Giorgia Meloni è stata certamente una leader con un impatto molto rilevante sul suo mondo politico e sulla capacità del centrodestra di arrivare al governo. Oggi però quella leadership appare più scossa rispetto a qualche mese fa, anche per segnali politici recenti che hanno messo insieme molte motivazioni diverse. L’Italia è in una fase più incerta di quanto potessimo pensare qualche mese fa. Le previsioni economiche europee mostrano che ciò che la stabilità ha dato in questi anni, in termini di controllo della crescita, del debito pubblico e dell’occupazione, può essere rimesso in discussione. Crescita e indebitamento sono due elementi fondamentali, perché condizionano poi la possibilità dei governi di esercitare politica economica.

Il tema strutturale, però, ha molto a che fare anche con quello che state facendo voi in questo workshop: l’Italia ha un tasso di istruzione, ricerca e innovazione troppo basso. Se non aumenta il numero dei laureati, se non aumentano qualità e quantità della ricerca, se le tecnologie che stanno cambiando il mondo dobbiamo solo importarle da altri Paesi, restiamo consumatori e utilizzatori, non protagonisti. È accaduto con la rivoluzione digitale, rischia di accadere con l’intelligenza artificiale. In questo modo non romperemo mai il circolo vizioso della bassa produttività, della scarsa innovazione e della crescita debole. Se fossi al governo, concentrerei lì tutta l’attenzione. Il secondo punto è collegato: la capacità di attrarre e trattenere competenze. Anche quel poco che formiamo, spesso, lo regaliamo ad altri Paesi. L’Italia è un Paese bellissimo in cui vivere, ma servono possibilità di crescita professionale e possibilità salariali adeguate. Da questo punto di vista siamo ancora troppo fragili».

Il Corriere della Sera compie 150 anni. Che cosa resta, in una stagione così diversa, dell’idea originaria di un grande quotidiano nazionale?
«Questo per noi è un anno molto importante. È un anno di riflessione sul nostro ruolo e sulla nostra identità, ma soprattutto deve essere un anno usato per costruire il futuro. È il problema più serio che il mondo dell’editoria e del giornalismo di qualità ha avuto negli ultimi anni e avrà ancora di più nei prossimi, soprattutto di fronte agli sviluppi dell’intelligenza artificiale. Naturalmente il ruolo dei giornali rispetto alla società italiana è cambiato completamente. Quando Eugenio Torelli Viollier fondò il Corriere, a Milano c’erano già molti giornali. Lui era un giovane editore, aveva 33 anni: un intellettuale con esperienze a Napoli e a Parigi che decide di fondare un nuovo quotidiano in un mondo in cui la stampa era soprattutto rivolta alla classe dirigente, mentre gran parte degli italiani era analfabeta. Era un mondo completamente diverso.

Però c’è un punto che può essere portato fino ai nostri giorni. Nel primo editoriale del giornale, Torelli Viollier diceva tre cose fondamentali. La prima è che al pubblico bisogna parlare chiaro: la chiarezza delle posizioni e del modo di scrivere è un elemento essenziale del lavoro giornalistico. La seconda è che ai lettori interessano poco le nostre preferenze, i nostri pregiudizi, le nostre idee di fazione: interessa invece un racconto serio, fattuale, oggettivo della realtà. La terza è la rivendicazione dell’indipendenza, anche nei confronti dei propri amici. Credo che questi tre principi restino fondamentali, anche in un universo informativo completamente diverso».

(In copertina: Ph. Università di Pavia | WikiCommons)

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Direttore responsabile del Sicilian Post. Giornalista, laureato in comunicazione. Collabora con le pagine di cultura e spettacolo del quotidiano "La Stampa". Ha pubblicato su svariate testate nazionali e regionali, tra le quali "La Repubblica" e "La Sicilia". Dal 2018 è promotore del workshop internazionale "Il giornalismo che verrà". Attivo sul piano dell'innovazione è tra gli ideatori di "ARIA", tool per infografiche finanziato da Google DNI. Il suo ultimo libro è "L'unica donna nel CDA" (Guerini Next, 2023).

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