«Mamma, mi manca il sole della Sicilia. Ma non posso tornare»

 -  - 


Una storia di scelte e di vita concreta. Storia di chi resta volendo andare e di chi va volendo restare. Storia di Sicilitudine vissuta, di una sconosciuta donna di mezza età che incrocia il tuo sguardo e ti racconta il dramma di ogni siciliano. Storia di parole che fanno vibrare l’anima

Le storie più autentiche, quelle che profumano di una verità così scottante da ustionarti l’anima, sono spesso un dono del caso, un generoso disvelamento della realtà. A volte non serve cercarle con l’accanimento di chi vuole forzare i fatti: fioriscono, si offrono alla vista e tutto ciò che devi fare è sfruttare quel tempo che ti è stato concesso. Perché, come qualcuno insegnava, le cose belle vivono appena un giorno, come le rose, e sta a chi ha avuto la pazienza di guardare, di ascoltare, renderle vive oltre il racconto. E cosa c’è di più vivo della Sicilitudine per un isolano? Cos’è più ingombrante di quel sentimento maledettamente agrodolce che connota così inconfondibilmente ogni fibra del nostro essere?

La Sicilitudine è una distinta donna di mezza età che cerca tra la folla uno sguardo amico a cui consegnare i propri pensieri. Fa la commessa in un negozio di abbigliamento all’interno di un noto centro commerciale catanese: scruta con attenzione la sua clientela, ne registra i movimenti e le preferenze, attacca discorsi che non riesce a portare a termine come vorrebbe. Sul suo volto è dipinta la voglia di imbattersi nell’incontro giusto. È il mio turno per ultimare il mio acquisto in cassa. Mi guarda, e mi sorride. Non le importa sapere su cosa è ricaduta la mia scelta, se la misura fosse adeguata, se l’assortimento del punto vendita mi avesse soddisfatto. Sa solo che deve guardarmi negli occhi, perché una strana forza dall’origine sconosciuta le ha imposto di farlo. «Mi ricordi mio figlio – mi dice – Quanti anni hai?». «Ne ho 24, signora» – rispondo. Mi chiede se ho finito gli studi, se ho progetti per il futuro, come vivo i tempi duri che ostacolano lo sviluppo e l’inserimento dei giovani in questa società. Non faccio in tempo a dirle che sono un giornalista, che scrivo della nostra terra ogni domenica, che insieme ad un gruppo di giovani sfrontati stiamo navigando controcorrente investendo il nostro tempo con lo scopo di crescere, e rimanere, in Sicilia. Non faccio in tempo, perché lei ha già cominciato la sua confessione: «Non credo che un giovane come te potrà permettersi di rimanere in Sicilia. Tutti se ne vanno. Sfidano la sorte e la loro volontà di restare, ma costruiscono la loro vita altrove, semplicemente perché non possono farne a meno. La Sicilia è così bella, ma pian piano si sta svuotando e rimaniamo solo noi, testimoni di un’altra generazione». Intravedo nel suo punto di vista la sofferenza di un oltraggio vissuto sulla propria pelle, che riempie i suoi giorni di vuoti incolmabili. Non passa molto tempo prima che la mia sensazione sia confermata.

Dietro di me la fila comincia a farsi consistente. Ma neanche questo sembra importarle più del dovuto. C’è ancora qualcosa che deve sussurrarmi, un’esigenza da assecondare prima di lasciarmi andare: «Anche mio figlio è stato costretto a partire. Non gli è bastato aver studiato per una vita, essersi impegnato per diventare qualcuno. Da 3 anni vive in Scozia con sua moglie, dove il suo titolo di studio è servito a guadagnare la serenità che gli serve per mettere su famiglia. Ma quando parliamo al telefono, quando mi scrive, in lui emerge sempre una vena di tristezza. Mi dice “mamma, mi manca tremendamente il sole della Sicilia. Qui in Scozia ogni cosa sembra avvolta dalla nebbia, dal freddo, dalla pioggia. Non so se potrò mai adattarmi a questa scenario così diverso. Ma non posso tornare, perché qui ho trovato quello che ho sempre desiderato avere a casa mia”. Ed io mi intristisco con lui: non solo perché non posso aiutarlo a guarire dalla sua nostalgia, ma perché nemmeno io posso raggiungerlo. Dove andrei, alla mia età, del resto? Io appartengo al luogo dove sono nata, sebbene, a volte, faccia male». Tace. Si ricorda di dover passare il lettore sul codice a barre dell’articolo acquistato. Lo incarta. Si congeda con un sorriso, poi passa al prossimo cliente.

Esco dal negozio di quell’appello inaspettato. Qualcosa di nuovo pervade i miei pensieri. Mi dico che è avvenuto qualcosa di estremamente raro, che merita di essere raccontato. La letteratura sulla Sicilitudine ha preso inspiegabilmente vita senza che io la invocassi. Ha bussato al mio cuore, si è resa presente, e ha conferito verità a ciò che ho sempre pensato: che la Sicilitudine non si misura in anni, in funzione del passato, ma si sconta vivendo il presente, la pienezza di ogni secondo. Che è il mistero di chi resta anche se vorrebbe spiccare il volo, e di chi da lontano tenta di sentirsi il più vicino possibile. Che ci sono specchi cangianti che riflettono illusioni e le proiettano a distanza, in modo che i più attenti le possano intuire con lo spirito. La Sicilitudine è, prima di ogni cosa, vita vissuta, desiderio concreto. Aspira ma talvolta non osa, osa ma quasi sempre si consuma nel rimorso. E si cela in sguardi accesi e vigili, pronta a possedere un corpo fatto di parole.

13 recommended
comments icon 0 comments
bookmark icon

Write a comment...

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *