Margaret Bourke-White: la donna che con coraggio cambiò per sempre la fotografia

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Una vita da record, quella di una fotografa inimitabile: fu la prima professionista di sesso femminile ad accompagnare in battaglia l’esercito americano, la prima a ritrarre Stalin e colei che realizzò uno dei più iconici scatti di Gandhi. Sempre alla ricerca di un’illuminazione originale negli eventi della storia

Il più importante fotografo della storia, fortemente innamorato del suo mestiere è stata una donna, Margaret Bourke-White. La più importante della storia non solo perché fu una delle prime donne a imporsi nel mondo del fotogiornalismo, ma anche per il suo coraggio e il suo desiderio di trovarsi nei luoghi in cui si faceva la storia.

Una donna speciale, capace di guardare in profondità dove altri normalmente tiravano dritto. Fu la prima fotogiornalista di guerra donna a seguire le forze armate statunitensi durante la Seconda Guerra mondiale e la prima a volare su un aeromobile da bombardamento. Sopravvisse persino ad un attacco aereo sull’oceano Atlantico, che distrusse il mezzo su cui viaggiava.

Aveva un solo obiettivo nella sua vita di fotogiornalista, trovare qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno avrebbe potuto immaginare prima, qualcosa che solo lei poteva trovare. Amava a dismisura lo strumento fotografico, tanto da affermare: «La fotocamera è uno strumento straordinario. Lasciati catturare dal tuo soggetto ed essa non farà altro che prenderti per mano».

Nata nel 1904 a New York (da famiglia borghese del Bronx) Margaret Bourke-White ha al suo attivo diversi primati: oltre a essere la prima fotografa di guerra, fu la prima inviata donna della più importante rivista fotografica di tutti i tempi, Life, e prima fotografa occidentale ad essere ammessa nell’Unione Sovietica: è suo il primo ritratto non ufficiale di Stalin.

All’inizio della sua carriera, a cavallo tra gli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso, è fotografa industriale e già qui dimostra grande coraggio per cercare l’inquadratura migliore, anche a rischio della propria incolumità. Nel 1928 decide di trasferirsi nella regione dell’Ohio (Stati Uniti) e lì apre uno studio fotografico, specializzandosi nella fotografia d’architettura, di design e industriale.

Invita della rivista Life, documentò la liberazione del campo di concentramento di Buchenwald da parte delle truppe alleate. Alle sue doti di intraprendente fotogiornalista seppe unire una passione e una sensibilità particolare per le vicende umane dietro l’evento storico,  sensibilità tutta al femminile nel rispetto delle persone uccise dai nazisti e ritratte nelle sue foto. Nei suoi scatti spesso racconta l’ingiustizia sociale del “sogno americano”, la segregazione razziale, in modo diretto e senza filtri, tanto da costringere il pubblico a riflettere. Dopo aver assistito all’ascesa dei fascismi, si convinse che il giornalismo indipendente fosse la chiave per la salvaguardia della democrazia: «Sono fermamente convinta che il fascismo non avrebbe preso il potere in Europa se ci fosse stata una stampa veramente libera che potesse informare la gente invece di ingannarla con false promesse», ebbe a dire.

La foto di Margaret qui presentata è una delle più famose di Gandhi, è del 1946 e lo ritrae seduto dietro a un arcolaio (charkha, in lingua hindi). Il soggetto in primo piano di questo scatto è in realtà proprio il vecchio attrezzo, che veniva utilizzato per districare le matasse di cotone. Gandhi attribuisce un immenso valore morale a questo attrezzo perché incarna il suo ideale di offrire agli abitanti delle aree rurali dell’India un impiego e un ambiente dignitosi, evitando le grandi migrazioni verso le grandi città.

Convincerlo a farsi ritrarre non fu facile. Fu proprio Gandhi a proporre alla reporter la condizione per permettere gli scatti. Si sarebbe fatto fotografare soltanto dopo che la donna avesse imparato ad usare l’arcolaio. La singolare richiesta fu accontentata: con non poche difficoltà, la fotografa imparò a far girare la ruota di filatura.

La realizzazione della fotografia si presentò più difficile del previsto: non erano ammesse luci troppo luminose e il clima umido dell’India non aiutava nell’impresa di rendere nitida l’immagine da ricavare. Tutto ciò fu reso ancora più complicato dall’impossibilità di parlare con il diretto interessato, poiché per Gandhi quello era il giorno del silenzio. Una serie di inconvenienti tecnici mandò a vuoto i primi due tentativi. Il terzo è la foto che vediamo, forse la più rappresentativa di Gandhi, in cui vi è un piccolo, grande uomo seduto a gambe incrociate immerso nella lettura con vicino un arcolaio, rappresentazione materiale della sua lotta e dei suoi ideali.

Nel ’53 le venne diagnosticata la malattia di Parkinson. Nel ’59 non fu più in grado di lavorare e decise di sottoporsi ad un intervento chirurgico al cervello per tentare di guarire. Da quel momento ridusse in maniera consistente l’attività di fotografa per intraprendere la carriera da scrittrice. Nel 1963 venne pubblicata la sua autobiografia dal titolo “Il mio ritratto”, la quale fu un enorme successo.

Morì a 67 anni nell’agosto del 1971, a causa di una caduta nella sua abitazione in Connecticut.

 

 

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