Nella serie Netflix “Incastrati” recita accanto a Ficarra e Picone il ruolo di Agata Scalia, determinato vicequestore di Palermo ma anche donna schiva e riservata quando si tratta di sentimenti. Nella fiction, il suo personaggio oltre a dare la caccia ai mafiosi si trova a dover fare i conti con gli immutati sentimenti di un vecchio compagno di scuola (interpretato da Valentino Picone). Lei è Marianna Di Martino e, come la Scalia, di determinazione ne ha da vendere. A soli quattordici anni, infatti, parte da Catania per intraprendere la carriera di modella, arrivando a sfilare per importanti maison, ma è con Miss Italia 2008, dove si classifica seconda, che dà una svolta alla sua vita. Qui infatti incontra Anna Strasberg, quell’anno giurata del concorso, che le apre le porte del celebre Lee Strasberg Institute di New York. Sebbene figlia d’arte, il padre Giuseppe, scomparso prematuramente quando lei aveva soli quattro anni, oltre che regista fu un faro per la Scuola di recitazione dello Stabile di Catania mentre sua mamma, Emanuela Muni, è attrice di prosa; fino a quel momento la Di Martino aveva ricusato l’idea di intraprendere una carriera nel mondo della recitazione. «Anna mi ha dato l’imprinting facendomi mandare per aria la vita da modella che avevo costruito fino a quel momento. Ancora oggi non so cos’abbia visto in me, perché non feci nessuna improvvisazione o scena dato che non avevo il benché minimo interesse a diventare attrice. Avevo sì la fortuna di parlare molto bene inglese e questo mi ha permesso di cogliere il 100% di quello che mi ha insegnato. Quando sono tornata in Italia ho portato con me otto chili di libri, molti inediti, altri del marito Lee Strasberg presi dalla sua libreria personale ed è stata la base su cui poi da zingara autodidatta ho costruito il mio percorso di studi. Ero affamata di conoscenza e l’idea di chiudermi in una scuola mi dava troppi limiti mentali così ho cominciato a macinare un workshop dietro l’altro, con i coach che passavano da Roma ed è una cosa che continuo a fare, perché l’attore è come un atleta e il suo allenamento deve essere costante». Nelle pellicole di Pieraccioni, Vanzina e Ritchie ha spesso interpretato donne forti e coraggiose, un elemento presente anche nella commedia del duo palermitano.

Nella serie lei interpreta Agata Scalia, un vicequestore. Perché ancora oggi ci si stupisce che una donna ricopra una simile carica?
«Ficarra e Picone mettono una donna in un ruolo di potere, cosa che purtroppo non si fa mai abbastanza ed ecco la loro prima critica. Il fatto che si parli di determinati temi è già una grande conquista: forse non saremo noi la generazione che riuscirà a compiere definitivamente il cambiamento nel modo in cui pensiamo determinati argomenti e a come li concepiamo, però magari ci arriveranno i nostri figli. Quindi vedo una speranza in fondo al tunnel».

L’altro grande tema che il duo palermitano affronta con intelligenza e arguzia è la mafia.
«Evidentemente se siamo ancora qui a parlarne è perché ce n’è bisogno. Trovo assolutamente sbalorditivo come Ficarra e Picone abbiano reso grottesche la mafia e la politica. La loro è comicità colta come era quella di Germi – a cui loro si rifanno tantissimo – o di Pino Caruso, loro grandissimo mentore che non dimenticano mai di citare, autori che vedevano la comicità come un mezzo per affrontare con leggerezza grandi temi».

Il grande successo di “Incastrati” ha già fatto parlare delle possibilità di una seconda stagione.
«Ah, non so nulla più di quello che è agli onori della cronaca. Nel loro essere comici intellettuali Ficarra e Picone analizzano i grandi temi muovendo critiche alla nostra società contemporanea. Anzi forse la possibilità di avere un contenitore seriale ha dato loro modo di toccare diverse questioni, dissacrandole e ridendo di situazioni grottesche, che sono semplicemente un’esagerazione di quello che viviamo».

Qual è la sua ritualità nella costruzione dei personaggi?
«Per prima cosa creo una playlist di canzoni che secondo me piacciono al personaggio o che si legano a momenti specifici della sceneggiatura. È la loro colonna sonora personale. Per me la cantante preferita di Agata, ad esempio, è Giorgia. Dopodiché faccio la divisione in giorni narrativi per stabilire quanto dura la storia e cosa succede in ciascun giorno e infine studio i temi che il personaggio affronta».

Pensa che oltre al cinema e alle fiction, farà mai teatro?
«Diciamo che quando ho deciso che volevo fare l’attrice, l’idea era quella di lavorare esclusivamente con la macchina da presa. Negli ultimi anni l’aver continuato da spettatrice a coltivare il mio amore per il teatro ha fatto sì che man mano crescendo e maturando come attrice, ma anche come donna, mi sia venuta voglia di scontrarmi con questo scoglio. Non sono sicura se lo farò da attrice o se dalla quarta fila, dirigendo gli altri attori. Vedremo cosa riserverà il futuro».

Che peso ha avuto la bellezza nella sua carriera?
«Se da una parte mi ha offerto possibilità straordinarie, il rovescio della medaglia stava nel pregiudizio, tutto nostrano, secondo cui una bella ragazza non ha nulla da dire. Ho cercato di lottare contro questo clichè e penso che parte della mia “secchionaggine” derivi anche da questo, dalla necessità di sentirsi dire ogni tanto di essere anche brava oltre che bella. La bellezza estetica è qualcosa di talmente mutevole e soggettivo che legarci l’identità di una persona è riduttivo».

Come sono stati gli anni da modella in un ambiente in cui le giovani modelle talvolta vengono viste come facili prede?
«In più di quindici anni la mia idea non è mai cambiata e cioè non ho visto più marciume che in altri ambienti. Purtroppo le donne si trovano a subire attenzioni non richieste fino ad arrivare alle molestie, in tutti i campi della loro vita. La prima volta che hanno fatto apprezzamenti pesanti su di me stavo andando a scuola. È una questione talmente diffusa purtroppo, che puntare il dito contro il mondo della moda è come spostare l’attenzione dal problema».

Le passerelle impongono spesso alle modelle una magrezza eccessiva. Crede che con il body positive si possa superare questo problema?
«Si parla tanto di accettazione del proprio corpo e poi sono almeno 15 anni che mi sento dire che sono troppo magra, sebbene mangi più volte al giorno per riuscire a mantenere il mio peso. C’è chi rincorre il proprio metabolismo e chi invece lo deve frenare. L’importante per me è essere in salute. Spesso non ci si rende conto che dire a una persona magra che lo è troppo, è pesante. Vi sognereste mai di dire a una persona che ha qualche chilo in più, sei troppo grassa? L’errore non sta nell’avere un’opinione sul corpo degli altri, quello che non capisco è la necessità di doverli informare del nostro pensiero. I designer che celebrano la diversità non vedono solo corpi curvi ma anche forme, età ed etnie differenti ed è quella per me la vera body positivity».

Nella sua pur giovane carriera ha già avuto modo di incrociare molti prestigiosi registi. Con chi le piacerebbe lavorare in futuro?
«Beh, sarò banale, ma fin da quando ho visto il suo primo film ho sognato di lavorare con Tarantino. Mentre il secondo nome è Sorrentino».

Dopo l’incontro fortuito sul set con il suo mito Hugh Grant, chissà che non accada anche con loro.
«Mamma mia, – sorride imbarazzata – non lo diciamo neanche per scherzo».

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