«La prima volta che andai a teatro fu per vedere “Norma”. Allora non sapevo esattamente cosa fosse l’opera lirica ma fui talmente colpita che alla fine del primo atto dissi a mio nonno: “Io farò questo nella vita!”». Chi poteva immaginare che il sogno di quella ragazzina alla fine si sarebbe avverato? Dopo il diploma al Collegio musicale in Lettonia, gli studi prima al Conservatorio Boito di Parma e poi all’Accademia di Santa Cecilia a Roma, per Marina Rebeka è iniziata una straordinaria carriera che l’ha portata a calcare i palcoscenici più importanti al mondo facendole vestire, nel 2016, i panni di quell’eroina belliniana, che anni prima l’aveva tanto emozionata. Il 23 settembre, per l’anniversario di morte del compositore catanese, il soprano lettone interpreterà nuovamente la sacerdotessa druidica diretta dal M° Fabrizio Maria Carminati e dal regista Davide Livermore che in questa sua lettura dell’opera, trasmessa per il Bellinifest su Rai5, celebrerà anche la prima interprete di Norma, Giuditta Pasta.

Possiamo dire che Bellini ha in qualche modo segnato la sua vita?
«Sì, il desiderio di cantare è nato in quel teatro a Riga ma poi ho fatto molti sacrifici debuttando ventitré anni dopo quel ruolo a Trieste (diretta proprio dal M° Carminati ndr) nello stesso teatro in cui cantò Maria Callas. Fu un’emozione indescrivibile oltre che una grande responsabilità».

Secondo lei cosa rendeva la Callas un’interprete così rara?
«Qualsiasi ruolo abbia cantato nella sua carriera, l’ha pensato, sentito e vissuto. È sempre stata fedele a sé stessa e all’arte. Il suo timbro, poi, era davvero particolare e capace di comunicare il dolore e la fragilità dei personaggi. Non a caso, quello di Norma è stato uno dei suoi ruoli più riusciti».

Per ogni interprete, d’altra parte, l’eroina belliniana rappresenta un importante banco di prova.
«Come qualsiasi altro ruolo belcantistico, Norma richiede una grande stabilità vocale e d’interpretazione oltre a un coinvolgimento totale perché spesso le scene finali sono lunghe, i recitativi cambiano di tonalità, le frasi non hanno l’appoggio dell’orchestra. È un ruolo incredibile con tantissime sfaccettature: Norma è madre, figlia, amica, amante, guerriera; insomma un personaggio complesso e interessante».

Ancora a proposito di Norma, a breve lei inciderà un disco con l’opera nella sua interezza. Un esperimento che ha già realizzato con successo per “Il pirata”. Che valore ha avuto questo mezzo nell’immortalare la vocalità degli artisti del passato?
«Per quanto i mezzi tecnici usati un tempo fossero limitati, era comunque il modo per avere una testimonianza diretta. Non a caso tutti i grandi del passato hanno inciso brani, penso a Caruso. Eppure ci furono anche interpreti immensi di cui non ci è arrivato niente se non le cronache del tempo, e a mio avviso questa è una grave carenza. Oggi grazie alla tecnologia è possibile avvicinarsi molto al suono vero dell’interpretazione per questo con mio marito abbiamo deciso di fondare una nostra etichetta, la Prima Classic in modo da usare le innovazioni della musica leggera nell’opera lirica».

So che lei ama studiare i manoscritti originali, l’ha già fatto in passato con la “Petit messe solennelle” di Rossini. Ha avuto modo di entrare in contatto anche con la scrittura di Bellini?
«Certo, ho visto il manoscritto di “Norma” all’Accademia di Santa Cecilia e ne ho una copia a casa. Lo studio filologico è molto utile perché ti permette di avere un contatto diretto con l’autore e con la sua idea originaria. A volte nel testo Bellini taglia delle parti sui cui poi sopra scrive “da usare” o stila un recitativo in 4/4 che poi finisce per diventare 5/4, proprio perché quello che voleva dire andava oltre il testo».

Lei ha un repertorio ampio che spazia dal Barocco al Belcanto passando per Verdi e Puccini. Se lo ricorda il suo debutto a Salisburgo nel 2009 con il maestro Muti per il “Moïse et Pharaon” di Rossini?
«Come dimenticarlo. Ero una giovanissima cantante che si apprestava ad affrontare per la prima volta un’opera con degli ensemble a cappella di grandissima difficoltà. Poi ho sempre ammirato il modo in cui il maestro Muti lavora sul testo e sui colori, anche perché è lo stesso approccio che ho io. Mi piace confrontarmi con lo spartito senza appoggiarmi alle registrazioni già esistenti, per creare un’esecuzione personale. Credo che alla fine sia questo a rendere unico un artista».


A proposito di Rossini, nel 2013 il regista Graham Vick, purtroppo scomparso di recente, l’ha diretta in “Guillaume Tell”. Cosa le è rimasto di quell’esperienza?

«Graham Vick era un regista veramente duttile, non ti dava solo delle idee ma ascoltava anche le tue necessità. Le prove con lui avevano sempre un’atmosfera leggera e piacevole nonostante l’opera durasse più di cinque ore e mezzo. Graham era sempre disposto al confronto e a rivedere le sue posizioni e alla fine per il Rossini Opera Festival mise in scena uno spettacolo moderno che funzionava molto, senza intralciare la trama».

Oggi invece alcuni registi richiedono un grande sforzo d’immaginazione a cantanti e spettatori.
«Le strade da percorrere possono essere due: ambientare lo spettacolo nella contemporaneità senza che dietro ci sia un significato oppure partire dal testo per raccontare una storia che può essere ambientata nel nostro tempo come nel passato. Per me la cosa più importante è la verità e il saper arrivare al pubblico in maniera diretta. Purtroppo, oggi alcuni registi si affidano poco alla forza della musica, della parola, della storia preferendo la costruzione di un racconto nuovo che alle volte c’entra poco con tutto il resto. Cedo che si debbano considerare anche le intenzioni dell’artista, anche perché se non condivido l’idea di un regista, cosa che mi è successa con una “Norma” ad Amburgo, come faccio a convincere lo spettatore?».

Come si può arginare questo problema senza trasformare l’opera in un oggetto da museo?
«Io credo che la modernità si possa trovare anche in una rappresentazione classica fatta con gusto e sentita artisticamente. L’opera ha un grande valore spirituale penso al “Lacrimosa” di Mozart o al “Nessun dorma” dalla Turandot di Puccini, sono brani talmente forti che anche se una persona non li conosce, non può che commuoversi».

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