Doveva succedere che prima o poi anche Santo e Johnny venissero santificati a nuova vita. In Take It Away di Mario Monterosso, il rocker catanese di Memphis, album interamente strumentale (fatta eccezione per un intervento di Tav Falco in un brano) c’è anche molto altro, ma domina a tratti il più languoroso relax. Tra musiche sognanti, atmosfere sudamericane e spruzzate di spaghetti western, appaiono paesaggi lucidi e tinteggiati a pastello, dove le forme si sgretolano in visioni leggere. Dal vintage a volte troppo zuccheroso del gioco easy listening emerge qualche autentica prodezza chitarristica e la consueta malizia di brani orientati verso popolari standard.

La cover di “Take it away”

Take it Away è una sorta di viaggio di frontiera ambientato negli anni Sessanta a bordo di una vecchia locomotiva attraverso quelle terre di mezzo divise da grandi epici fiumi, sui quali scorrono e si mescolano brandelli di culture di diverse. Dal Mississipi al Rio Grande, dal grande crogiolo di New Orleans alle fertili pianure della California, si scorre con incantevole fluidità tra blues, country, tex-mex, soul, jazz, componendo un mirabile affresco dell’America rurale. Vengono evocati come suggestivi fantasmi i banditi dell’epopea western, e si va da pezzi tradizionali ad altri scritti dallo stesso Mario Monterosso come la meravigliosa Far Away Love, con uno struggente assolo di chitarra finale, o la più audace Take Your Train, dai guizzi alla Pat Metheny, dal r&b alla Blues Brothers di Midnight in Memphis con il recitativo di Tav Falco, all’esplosione rock’n’roll di Driving to California, che chiude l’album. Per poi passare agevolmente ad antiche e languide citazioni, come il country-blues sudista di Duane Eddy di 40 Miles of Bad Road, o la ballabilità ruffiana della cullante Maria Elena, brano portato al successo dal duo brasiliano Los Indios Tabajaras, rivisitato anche da Ry Cooder, fino ad Apache degli Shadows, capostipite delle colonne sonore dei film western.

Una scaletta pensata per omaggiare i miti musicali di Monterosso, che abbracciano tutti i generi, da Ennio Morricone a Pat Metheny. Un gioco divertente e fantasioso, che vale un racconto, una trama avvincente, anche nei suoi languidi cedimenti nelle inconfondibili chitarre hawaiane di Santo e Johnny che avvolgevano i ballerini di lenti con zuccherosissime melodie.

Essenziale e rigoglioso allo stesso tempo, Mario Monterosso sembra credere nella musica acustica, suonata senza filtri e supporti tecnologici, con entusiasmo e candore

Il ragazzo che fuggì da Catania nel 2003 per inseguire i suoi sogni di rock’n’roll prima nei teatrini del Lungotevere e poi, dal 2016, sulle rive del Mississippi, la città del mitico Elvis Presley, pesca fra i suoi ricordi adolescenziali mescolandoli e confondendoli con le sonorità amate. Anche Perez Prado, che ispira Alicia Drive, finisce per essere una voce della memoria, almeno quanto il tango alla Celentano di Dancing in my room o The Ballad of Zorro, brano «concepito come un veicolo per ringraziare i fratelli De Angelis per la colonna sonora di Zorro del 1975, film diretto da Duccio Tessari, con il grande Alain Delon e la bellissima Ottavia Piccolo», sottolinea il chitarrista siciliano. E poi Far Away Love o Without you, languidi blues accompagnati da una chitarra noir all’italiana. Il night-club si confonde con il saloon, l’orchestra Mantovani incontra quella di Xavier Cugat. Mario Monterosso è il regista alla Sergio Leone di un film scritto e sceneggiato da Sam Shepard. È il Ry Cooder che viaggia con la sua chitarra fra i Sud dell’America e quelli d’Europa.

Essenziale e rigoglioso allo stesso tempo, Mario Monterosso sembra credere nella musica acustica, suonata senza filtri e supporti tecnologici, con entusiasmo e candore. Insieme con la sua band, crea una specie di sospensione del tempo, un inno elegiaco e dolente all’idea di vagabondaggio culturale. Forse il mondo va da tutt’altra parte, ma lui continua imperterrito a creare colonne sonore per chi ancora volesse avventurarsi nella dimensione del viaggio, fisico o mentale che sia.

Registrato a Trecastagni, quando due anni fa fu bloccato in Sicilia a causa del lockdown, mixato a Roma, masterizzato a New York e pubblicato dall’etichetta Org di Los Angeles, in questo viaggio Mario Monterosso ha avuto come compagni i catanesi Marco Carnemolla (basso), Dario Finocchiaro (tastiere), Francesco Bazzano (percussioni) e Angelo Puglisi (batteria).

Il promo di “The ballad of Zorro”

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