Camporotondo contava diecimila anime, uno sputo di palazzine fatiscenti nel nulla meridionale su cui l’afa si abbatteva impietosa. Non c’era niente, a Camporotondo. E i suoi abitanti, quel niente, se lo facevano bastare con simulata indifferenza.

In copertina una foto di Ferdinando Scianna sembra raffigurare una calma apparente, rappresentando due ragazzi distesi, a ricordare i fratelli protagonisti del romanzo, Antonio e Paolo. In realtà, nell’opera di Mattia Insolia, scrittore catanese finalista al Premio Strega 2021 con il suo romanzo d’esordio Gli affamati, la realtà si dimostra tutt’altro che calma.

UN PAESE-SIMBOLO. L’arretratezza del Sud, l’istruzione, i pregiudizi sull’omosessualità, sono solo alcuni dei temi trattati dall’autore, tutti inscritti nel paesino di Camporotondo, – che a noi siciliani potrebbe ricordare Camporotondo Etneo, ma che in realtà rappresenta una finzione letteraria – fulcro assoluto della vicenda. Camporotondo è il disegno di una periferia opprimente, in cui non si trova via di scampo, in cui non c’è redenzione: «Ho scelto il nome Camporotondo – spiega l’autore – perché volevo rappresentare un paese che fosse la periferia più estrema, un mondo rimasto incastrato nel tempo. Non volevo raccontare la realtà del Corso Italia (una delle zone più rinomate della città di Catania, ndr), ma quella dei quartieri disagiati. Camporotondo potrebbe essere in una qualsiasi regione del Meridione italiano, che a causa delle politiche del sistema statale degli ultimi decenni è diventato sempre più arretrato».

PIEGATI DAL FATO. Già dal toponimo, Insolia vuole raffigurare la spirale dell’ineluttabilità, un mondo dove non esistono angoli e non vi sono vie di fuga, ma si continua ad errare nell’attesa perpetua che le cose cambino, o forse no: «Un po’ alla maniera di Verga, quando scriveva dei suoi Malavoglia, i quali nonostante cercassero di andare oltre e di diventare ricchi dovevano fare i conti con il fatto che abitassero in Sicilia, e che lo stato non gli desse una mano. Era come se lottassero contro il destino, che, però, è ineluttabile». Considerazioni che sanno profondamente di vissuto: «In questo romanzo – aggiunge Insolia – ho messo tantissimo della mia Sicilia. Ad esempio, mi sono reso conto soltanto scrivendo che stavo descrivendo il paese di Solarino, dov’è nato mio padre, perché mi è rimasto dentro: la campagna, la terra secca, l’argilla, le case basse. C’è tanto della mia Sicilia da quel punto di vista, ma c’è anche tanto del precariato del lavoro, c’è il desiderio dei ragazzi, un desiderio inesploso, qualcosa a cui non riusciamo bene a dare un nome. C’è anche tanta rabbia».

IL PREZZO DELLA SPERANZA. Accanto al tema della rabbia, Insolia concede molto spazio al senso di colpa, quello che si prova quando non si riescono a cambiare le cose e quando la ricerca del proprio posto nel mondo viene frustrata. «Quando mi sono laureato provavo la stessa rabbia dei miei protagonisti, perché non più ragazzino, ma nemmeno adulto, mi affacciavo sul mondo del lavoro, e vivevo in un Sud che mi guardava negli occhi e mi diceva che aveva poco da offrirmi. Quella rabbia mi appartiene, e penso appartenga a tanti altri». I tanti affamati che danno il titolo al romanzo che sperano in una libertà frutto della separazione.

LA CANDIDATURA. Così lo scrittore Fabio Geda ha spiegato la candidatura del romanzo al Premio Strega 2021: «Mattia Insolia ha venticinque anni e Gli affamati è il suo primo romanzo. Lo dico subito perché non si tratta solo di accogliere tra i dodici candidati al premio un romanzo potente, contraddistinto da una lingua efficace e da uno sguardo intenso, ma anche di tenere a battesimo un autore che è qui per restare. Cosa fa di prezioso, Insolia? Consegna al lettore le chiavi di una certa periferia urbana ed esistenziale. Lo invita ad abitare la giovinezza, la solitudine e la rabbia di Antonio e Paolo, i fratelli protagonisti, così da capire, o anche solo intuire, la giovinezza, la solitudine e la rabbia di una parte del Paese e del nostro presente. Non solo: Gli affamati è segnato da una onesta compassione. E il patire con Antonio e Paolo spinge a interrogarsi sui privilegi, sui luoghi cui apparteniamo, e ci esorta a immaginare una società capace di farsi villaggio. Per questo lo candido con gioia e convinzione al premio».

Un romanzo che incita, insomma, anche al riscatto. «A chi è affamato, che il mondo l’ha lasciato senza niente. Venite fuori tutti, vi prego, e distruggete i falsi idoli, razziate le grandi città, respirate la nuova aria. Infine, appagate i vostri desideri. A chi è affamato, che il mondo l’ha lasciato senza niente, adesso io dico: saziatevi».

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