“Mein Kampf Kabarett”
e l’illusione che la Storia possa seguire un corso alternativo alla morte

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Il regista Nicola Alberto Orofino presenta lo spettacolo di George Tabori, che andrà in scena al Teatro del Canovaccio dal 21 al 24 febbraio. Avvolto da un velo di malinconia e con lo sfondo di una ipotetica giovinezza hitleriana, una riflessione sull’ineluttabilità del destino che frustra le speranze e sulla fragilità dell’attesa

«Mein Kampf è un titolo che può far paura, è poco attraente per gli spettatori visto il suo stretto legame alla figura di Hitler. Ecco forse perché l’omonimo dramma teatrale di George Tabori è così poco rappresentato in Italia». Con queste parole il regista Nicola Alberto Orofino presenta lo spettacolo “Mein Kampf Kabarett” di George Tabori, da lui diretto, che andrà in scena al Teatro del Canovaccio di Catania dal 21 al 24 febbraio.

CABARET O KABARETT? «Io lessi questo testo a diciotto anni – afferma Orofino – e ne rimasi affascinato per l’ironia e la leggerezza con cui tratta temi scottanti e impegnativi. La scarsa considerazione che Tabori ha ricevuto in Italia è ingiusta secondo me, per questo ho deciso di portarlo in scena». Ironia e leggerezza nella trattazione di argomenti complessi sono alla base di un genere teatrale ben preciso quale il cabaret: Orofino infatti ha deciso di integrare il titolo originario del dramma di Tabori con il sottotitolo Kabarett. «Rispetto a cabaret, che indica spettacoli piccanti, il tedesco kabarett è adoperato per gli intrattenimenti di satira sociale e politica. Per questo ho trovato il termine particolarmente adatto per la rappresentazione che porterò in scena in collaborazione con Mezzaria Teatro. Il kabarett era un genere geniale: fin quando il regime dittatoriale di Hitler non lo vietò, non si faceva scrupoli a prendersi beffe dell’attualità politica. Questo aspetto lo avvicina molto alla satira sociale dei giorni nostri». Così Orofino giustifica la propria necessità di integrare il titolo del dramma di Tabori con un sottotitolo che lo rende più attraente, dato che il comune spettatore legherebbe “Mein Kampf” esclusivamente all’opera autobiografica di Adolf Hitler.

LA NECESSITÀ DELLA SATIRA. «Inoltre la scelta del genere del kabarett per me rappresenta anche un omaggio alla Germania degli anni della Repubblica di Weimar, quando gli artisti ebrei erano liberi di portare in scena opere con scottanti riferimenti alla loro epoca prima che i divieti del regime nazista venissero imposti e gli artisti più “scomodi” trucidati. Oggi più che mai la satira politica è necessaria» afferma Orofino riconoscendo quanto i corsi e ricorsi storici rendano sempre attuali determinate tematiche affrontate dal teatro. «L’umanità di Hitler dovrebbe metterci in guardia: i nostri principi democratici scricchiolano e questo potrebbe spianare la strada a un nuovo mostro».

DESTINI SEGNATI. Nel dramma di Tabori il giovane Hitler tenta l’esame di ammissione all’Accademia di Belle Arti a Vienna, ma con insuccesso (episodio biografico realmente accaduto). Il destino vuole che trovi rifugio in un alloggio in cui risiedono molti ebrei, tra i quali i due coprotagonisti Lobkowitz ed Herzl. «Tabori – sottolinea il regista – raffigura Hitler come un giovane ambizioso e deluso, un ragazzo simpatico come un altro. È come se lo scrittore e drammaturgo avesse voluto correggere il tiro della Storia conducendo Hitler in un ricovero di ebrei. Un futuro dittatore da giovane non sa ancora che diventerà un dittatore e si cerca di deviarlo dalla strada già tracciata per lui, tuttavia il destino è inoppugnabile. Il pubblico può momentaneamente illudersi che la Storia possa andare diversamente, ma non è così».

Foto di Gianluigi Primaverile

IL TRIONFO DELLA MORTE. Tabori definì la propria opera come “una grande storia d’amore” aggiungendo anche l’aggettivo “banale”; Orofino invece preferisce parlare di “una grande storia d’amicizia”. «L’amicizia tra il giovane Hitler e l’ebreo Herzl va avanti fino alla fine, alimentando la speranza che il futuro führer possa non divenire tale. In realtà l’inevitabilità della Storia porta Tabori a inserire un personaggio allegorico affinché il destino possa compiersi. È così che entra in scena la Signora Morte, che decide di prendere Hitler come suo aiutante forgiando il personaggio storico che tutti conosciamo».

IL BENE CONTRO IL MALE. «La Morte in questo dramma – spiega Tabori – rappresenta il male non in quanto essere malvagio, ma come dovere storico. Dietro questa prospettiva c’è molto del credo religioso ebraico: così come esiste il bene, è necessario che esista anche il male. Nulla viene giudicato, la Morte è crudele solo perché devo esserlo».

ATTESA ED EBRAISMO. A proposito di quanto la religione ebraica abbia influito sul testo di Tabori, Orofino mette in evidenza la centralità di un tema quale quello dell’attesa: «Herzl è un personaggio passivo, non agisce, semplicemente attende. Attende l’amore, attende l’amicizia, ma non fa nulla: passa il tempo inventando storielle e bugie. Questa sua perenne attesa sembra alludere all’eterna attesa del Messia da parte degli ebrei: è come se Herzl si caricasse di tutte le caratteristiche del suo popolo. La mancata realizzazione delle sue aspettative porta a una domanda: e se l’attesa passiva fosse già di per sé frustrazione e sconfitta? Se il Messia fosse già venuto e non ce ne fossimo accorti?»

Foto di Gianluigi Primaverile
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