«Historia magistra vitae» sosteneva Cicerone, ma la situazione attuale sembrerebbe dimostrare il contrario: gli uomini non hanno saputo fare tesoro del passato. L’ennesimo crollo del governo italiano non è poi così distante dall’instabilità del dominio dei Medici nella Firenze di Francesco Guicciardini, protagonista politico della prima metà del XVI secolo e padre della storiografia italiana con la sua “Storia d’Italia”. Spinto dalla volontà di riflettere sugli scritti di questo autore, da quelli pubblici a quelli privati e inediti, il professore Marcello Simonetta (Senior Scholar al Medici Archive Project a Firenze) ha realizzato il saggio Francesco Guicciardini fra autobiografia e storia. «Laddove l’opera storico-letteraria rappresenta un testamento volontario e controllato di Guicciardini, è nelle sue lettere private invece che scorgiamo un testamento involontario senza remore fondamentale per capire la sua ascesa e il suo declino negli anni del sacco di Roma, di cui fu in parte responsabile».

OLTRE LA STORIA. «Dalle lettere di Francesco Guicciardini – afferma il professore spiegando il motivo del loro interesse – emerge il legame con la sua famiglia: i Guicciardini agiscono come un clan ed è con il loro sostegno che Francesco riesce a entrare nelle grazie dei Medici e a percorrere la sua ascesa, da ambasciatore in Spagna per conto della Repubblica Fiorentina fino alla carica di luogotenente con il papa mediceo Clemente VII, nonostante le avversità storiche». Tra i meriti e le colpe di Francesco Guicciardini vi è quello di aver favorito la formazione della Lega di Cognac, una coalizione tra il papato, alcuni Stati italiani e la Francia contro la potenza asburgica: «È merito della sua tenacia se i Lanzichenecchi nel 1527 non invasero Firenze, ma è proprio a causa di questo dirottamento che le truppe di Carlo V giunsero a Roma e compirono il famoso sacco». Proprio a seguito di questo tragico fatto a Firenze fu instaurata per la terza e ultima volta la Repubblica e Guicciardini, troppo addentro nel regime mediceo, decise di ritirarsi a vita privata.

L’ACCUSATORIA. Luogo di questo ritiro fu la tenuta di Finocchieto, un luogo che assume un significato strategico nella vita di Guicciardini: «In questa dimora Francesco scrive l’Accusatoria, frutto dei suoi studi di avvocatura: si tratta di un vero e proprio processo che lo storico immagina venga intentato contro di lui da un nemico con l’accusa di essere stato personalmente responsabile del sacco di Roma. Non è un mero esercizio retorico, ma di un processo potenzialmente reale perché davvero Guicciardini avrebbe potuto perdere la testa per le sue colpe». Si tratta di uno scritto di carattere soggettivo e autobiografico, cifra stilistica che contamina in parte anche la “Storia d’Italia”: «Essendo stato protagonista attivo delle vicende narrate nei 20 libri dell’opera, dal 1492 al 1534, è inevitabile che essa sia contaminata da riferimenti personali. A differenza della limpidezza dell’Accusatoria, in cui Guicciardini non esita a mettersi alla berlina e ad ammettere le proprie colpe, il limite della “Storia d’Italia” è che in essa le responsabilità personali vengono celate dietro argomentazioni edulcorate».

CAMMINARE NELLE TENEBRE. Come anticipato, la verità emerge ancor di più dalle lettere private e un carteggio di grande rilievo è proprio quello tra Guicciardini e il letterato Niccolò Machiavelli, suo amico e collega in politica, che ha per oggetto la tenuta di Finocchieto. Merito di Simonetta è di aver dato lustro a una missiva autografa di Guicciardini finora inedita in risposta a un’altra scritta da Machiavelli in cui l’amico si preoccupava di riferire la sua opinione sulla tenuta di Finocchieto, acquistata dallo storico e ancora mai visitata. La tenuta, descritta da Machiavelli come luogo in pessimo stato, da vendere o da rifare ex novo, diventa allegoria del cattivo governo: «Compresa la gravità della situazione, non solo relativamente al cattivo stato della villa di Finocchieto, ma anche e soprattutto a quello del governo, tra le mani di un instabile regime mediceo, fin da subito Guicciardini mette da parte i convenevoli e pone fine agli appellativi illustri dati come saluto, ormai inutili giacché si ritroveranno tutti “con le mani piene di mosche”». La schiettezza dello storico nelle sue epistole è tale che le allusioni alla crisi politica non sono poi così velate: non a caso la conclusione della lettera contiene una massima divenuta ormai citazione. «Ambuliamo tutti in tenebris. È chiara qui la disperazione per la fine imminente del governo mediceo, senza il quale lo storico ammette con brutalità che saranno tutti morti». Non occorre molta fantasia per attualizzare questa massima guicciardiniana: anche oggi “ambuliamo tutti in tenebris” e il governo italiano è giunto al punto della tenuta di Finocchieto. O da vendere, o da rifare.

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