«È partito tutto dalla danza – racconta Claudia Ascanio, 24 anni – durante alcuni esercizi ci siamo scatenati con la musica africana e i nostri amici ci hanno insegnato alcuni passi della loro tradizione». Loro, in cambio, hanno fatto assaggiare al gruppo la granita alla mandorla

«Per me questo è un telegiornale appena finito, immagini che fanno emergere lo scenario desolante di una società che sta colando a picco». È questo il primo pensiero della regista catanese Emanuela Pistone – alla guida dell’associazione culturale Isola Quassùd – subito dopo il debutto dello spettacolo “Blue Pro-fundus – Favole cullate nel blu profondo, sussurrate, dipinte, suonate, danzate, scolpite”, andato recentemente in scena presso “Scenario Pubblico” a Catania.

LA CULTURA DELL’EMERGENZA. «Non guardo i telegiornali – risponde a chi le chiede un commento sui fatti di questi giorni-. Parlare di emergenza migranti da vent’anni è una delle tante ipocrisie con cui viene governata la nostra mente. Un’emergenza è tale nel momento in cui non è prevista e ha una durata relativamente breve». Le notizie con cui veniamo bombardati oggi, invece, sarebbero per la regista l’ennesimo modo di «manipolare e strumentalizzare chi non ha i mezzi per farsi un’idea propria e demonizzare un fenomeno che c’è e necessita di rimboccarsi le maniche». Ognuno con i suoi mezzi. E il teatro può e deve essere uno di questi.

LO SPETTACOLO. «L’idea drammaturgica alla base di Blu Pro Fundus, sviluppata con Mamela Nyamza, è quella di raccontare un’intera umanità che sta affondando, una società dove non ci si guarda più, dove non c’è più amore, dove ognuno va per la sua strada senza direzione e senza attenzione». In scena troviamo una massa di persone tra cui non si riescono a distinguere bene uomini e donne, adulti e bambini. Tutti vittime e tutti in parte responsabili. Tutti appartenenti a un mondo frenetico che vive di smartphone e di giochi. «Tutte persone – chiarisce Pistone – che hanno dentro un dolore enorme che non si riesce più a metabolizzare».

IL PROGETTO. La performance live – realizzata nell’ambito del progetto Pro/fundus – storie di un altro mondo, vincitore del bando MigrArti 2017 sezione spettacolo del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo – è il momento conclusivo di una rassegna di attività, incontri e workshop nati con l’obiettivo di promuovere in modo non convenzionale l’integrazione. «Questa parola (integrazione ndr) comincio a detestarla, non mi è mai piaciuta. Nel 2005 sono tornata a Catania, che in realtà non amavo molto, dopo aver vissuto vent’anni a Roma. E la mia ancora di salvezza sono stati proprio questi ragazzi, che mi hanno catapultata in un universo parallelo che sa di Africa».


LA COMPAGNIA. Sei i ragazzi coinvolti in questa prima parte del progetto. Tre fanno parte della compagnia fondata da Pistone, Liquid Company. Tra questi la ventiquattrenne Yrghalem Teferi Abraha, storico membro della compagnia. «Anche se la danza e il teatro per me sono vita, ogni prima è sempre una grande emozione – commenta a caldo fuori dal camerino, dove svela alcuni retroscena -. Tutti noi quando usciamo portiamo sempre uno zaino o una borsa. Lì dentro c’era di tutto, persino delle torce, e abbiamo cominciato a riflettere su cosa si porta dietro chi deve affrontare il viaggio in gommone».

Il collega attore Abdoulie Kazara, 17 anni, aveva con sé un asciugamano per dormire nel deserto, occhiali da sole e un cappello per ripararsi e qualche scorta di latte condensato. È arrivato in Sicilia un anno fa dalla Nigeria e oggi per l’emozione non riesce a controllare se stesso. L’allegoria del viaggio è rappresentata anche da un peluche che viene trascinato su un materassino, scena che parla più delle immagini realistiche, come conferma anche la diciannovenne Favol Jonxon.

«Quando sono in scena l’importante è essere sempre presente con il corpo e con la mente, qualunque cosa accada – commenta invece la ventisettenne Stefania Di Pietro, dall’anno scorso nella compagnia-. Mamela ed Emanuela sono state brave a farci diventare un gruppo affiatato, anche attraverso un lungo processo di ascolto di gruppo».

«È partito tutto dalla danza – racconta Claudia Ascanio, 24 anni – durante alcuni esercizi ci siamo scatenati con la musica africana e i nostri amici ci hanno insegnato alcuni passi della loro tradizione». Loro, in cambio, hanno fatto assaggiare al gruppo la granita alla mandorla, che non avevano ancora mangiato. «Non mi piace l’idea del teatro come competizione, in questo tipo di spettacolo trovo il senso di quello che sto facendo e di quello che ho studiato, e mi piace l’idea di fare un regalo a qualcun altro lanciando un messaggio profondo e utile».

«Ogni movimento che facciamo in scena parla di qualcosa – dice con emozione il ventunenne Diallo Boubacar, da due anni membro della Liquid Company-. Una camminata non è una semplice camminata, ogni passaggio ha un senso e dice qualcosa». Attraverso il teatro si possono raccontare tante cose. Dalla situazione attuale alle traversate in mare, fino alle esperienze personali. Diallo, per esempio, è arrivato due anni fa dal Senegal con il barcone. Dopo un anno a Palermo è stato trasferito a Catania, dove si trova benissimo. «Ho conosciuto tante persone grazie al teatro, al calcio e alla scuola. Vorrei restare perché qui ho trovato una signora che è molto importante per me, la considero mia mamma. La cosa più bella di questa esperienza, tuttavia, è capire nel profondo del cuore che le persone non solo a parole, ma anche con uno sguardo, ti dimostrano di essere orgogliose di te».

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