Moravia, la cura del silenzio e l’incanto senza tempo di Segesta

Lo scrittore romano approdò sull’isola nel 1959, pubblicando il resoconto del suo viaggio l’anno successivo. Tappa fondamentale di quella traversata fu l’arrivo ai piedi del monumentale tempio che lo lasciò ammirato. Tanto da spingerlo a staccarsi dal chiacchiericcio superficiale dei compagni per godere pienamente di quella visione. Testimonianza di come, talvolta, isolarsi dal turbine dell’abitudine e dell’apparenza possa rivelarsi un autentico balsamo per l’anima

Tra gli appunti che costituiscono quel singolare racconto di frontiera che è Un giorno a Bombay e altre note di viaggio, ce n’è uno in cui Ennio Flaiano, incalzato da quelle visioni esotiche che lo avevano sottratto al consunto grigiore della quotidianità, sentì il bisogno di soffermarsi a riflettere su cosa, in fondo, generi in noi un senso di profonda insoddisfazione. «Forse la noia dell’uomo moderno – scrive – è soltanto la sua incapacità di continuare a meravigliarsi, una sua opaca abitudine alle cose straordinarie: gli sembra che tutto gli sia dovuto, o che non abbia valore». Sembra quasi, l’indolenza descritta dall’autore abruzzese, una irredimibile decadenza dello sguardo. Un tonfo di rassegnazione in un abisso di prosaicità, di scontatezza. Come se una corrente di vedute senza sogni trascinasse continuamente il nostro vivere su binari senza sbocchi. Ma è questo stesso, inconscio torpore, spesso, a destare in noi l’impulso di andare. Di gettare gli ormeggi al di là del visibile. Alla ricerca di risposte, di aggraziate parentesi di piacere, in luoghi che altrimenti non avremmo considerato. Nei riflessi accesi di un passato perduto, ai confini di mondi remoti che brulicano di ardori sconosciuti. Dove il tempo rinnova sé stesso senza scorrere. Dove migliaia di passi calcano un suolo che li riceve sempre come se fossero i primi. È una magia che, tuttavia, non dipende dai chilometri. Testimone ne fu un altro, celebre scrittore: quell’Alberto Moravia a cui bastò attraversare lo Stretto per ritrovarsi in una eccezionale e inconsueta dimensione umana. Che non dovette scandagliare i margini più reconditi di un altro continente: ma al quale bastò approdare in quella Sicilia che aveva originariamente assaggiato negli anni ’40 e che poi ebbe modo di riscoprire nella primavera del 1959. La sua visita nell’isola si tramutò poi, l’anno successivo, in un reportage pubblicato sulla rivista curata dal Touring Club Italiano Le vie d’Italia. E divenne un archetipo di come ritrovare sé stessi oltre il perimetro delle proprie certezze. Di come, a volte, l’isolamento possa rivelarsi una condizione necessaria.

Fu la grandezza monumentale del glorioso passato siciliano a scuotere la sensibilità di Moravia. L’immanente sensazione di riverenza provata dinanzi al tempio di Segesta e alla sua straordinaria capacità di attraversare indenne le epoche. Sentì quasi di esserne rapito, lo scrittore romano, specie quando scorse la mirabile armonia che intercorreva tra quel glorioso frutto dell’ingegno umano e il paesaggio che, dolcemente, ne cullava la storia. La pietra calcarea sembrò, ai suoi occhi, flessuosa come vegetazione, dolce come il fianco della collina sopra il cui strapiombo il tempio dominava. «Il sole, quella mattina, sulla strada che menava a Segesta, nonostante la bella luce primaverile e il verde lustro delle colline, aveva una sua intensità che faceva già presentire l’estate. Ancora un paio di mesi, pensavo, – scrive l’autore in un passo riportato dal giornalista Ernesto Oliva nel suo ReportageSicilia e le rocce cinerine che si nascondono sotto l’erba folta di questi poggi saranno messe a nudo su per le coste gialle e brulle e splenderanno arroventate, la vampa del solleone vibrerà immobilmente nel cielo infuocato e, rintanati gli uomini nelle case, azzittiti gli uccelli dentro il poco fogliame dei rari alberi, le sole creature viventi a cui sarà possibile di vivere senza sofferenza in quest’arsura della canicola anzi che ne trarranno vigore ed ardimento, saranno i ramarri giganteschi che fanno fremere le siepi al loro passaggio e guizzano sui sassi con l’ombra sotto la pancia». Issata tra le pieghe di questa raffinata cornice lessicale, apparve ben presto l’imponente sagoma del tempio. Una magnetica epifania che sussurrò a Moravia qualcosa di suadente. Un invito millenario che pareva attenderlo da sempre: «Fatto il giro di una collina, in cima a questa, a ridosso di un monte più alto, ci apparve il tempio, intatto, fulvo, fra tutto quel verde, solitario in quella solitudine, con le colonne, il frontone e l’aspetto sereno di una vita immemorabile, meraviglioso a vedersi perché tanto semplice ed inaspettato».

Il richiamo irresistibile del tesoro di Segesta si tramutò, in un baleno, in meraviglia. In un’occasione per riappropriarsi di un’autenticità che la società aveva smarrito in nome dell’ipocrita apparenza. Di uno spazio personale, di solitudine propositiva, che potesse salvarlo dalla congenita superficialità dei suoi giorni. Scelse, Moravia, di abbracciare il silenzio. L’incanto di un attimo senza voce: «Avevo lasciato apposta indietro i miei compagni di viaggio, pur così simpatici, per non udire le loro esclamazioni ‘bello! ah, come è bello! guarda com’è bello!’, e starmene un poco tutto solo. La solitudine silenziosa era densa di vita naturale, io ci penetravo a testa bassa come per un foro, con le orecchie assordate e la pelle destata ed eccitata; e la fatica della salita confermava questa strana illusione. Ascesi così con gli occhi rivolti a terra e il sangue invaso da un fitto benessere che mi pareva emanare dal luogo; finalmente levai gli sguardi e mi accorsi allora che ero sotto il tempio».

Il 1960 fu, poi, anche l’anno di uscita del romanzo La noia: minuziosa, esaustiva, impietosa rappresentazione dello sfacelo della pseudo-moralità borghese. Di quel mondo fatto di turpi finzioni Moravia ne aveva avuto abbastanza. Chissà che quell’immersione in Sicilia, e il conseguente ritorno a ciò che si consuma lontano da Segesta, non gli abbia donato uno slancio ulteriore. D’altronde, come scrisse egli stesso: «Il sentimento della noia nasce in me da quello dell’assurdità di una realtà, come ho detto, insufficiente ossia incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza».

(In copertina: Ph. Holger Uwe Schmitt | CC by SA 4.0)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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