«I siciliani ci portano lavoro» sorride al telefono Nic Marsél, nome d’arte di Nicola Cereda. Dall’operosa Brianza è sceso all’ombra dell’Etna per registrare un disco per la ViceVersa. «Meno male che ci sono queste piccole etichette che difendono queste categorie di artisti», commenta serio. Artisti scacciati dall’industria discografica, snobbati dai network radiofonici, sconosciuti al pubblico televisivo, ma che creano musica con il cuore e l’impegno certosino dell’artigiano. Come Nic Marsél appunto. Ex anima del Circo Fantasma, formazione kombat-folk anni Novanta, tra centri sociali e teatro-canzone, poi la svolta americana, «perché la mia formazione è più punk che folk» e le collaborazioni con Nikki Sudden, Steve Wynn, Manuel Agnelli, Emidio Clementi, Mauro Ermanno Giovanardi, Cesare Basile, e ora un album di Nessuna utilità pratica, espressione del cinismo e del disincanto a cui l’artista brianzolo è approdato a 53 anni.

«Velotto di ViceVersa si trovava a Milano presso amici, parlando di musica ho scoperto che avevamo suonato sugli stessi palchi. Così è nato l’album»

«L’incontro con Enzo Velotto di ViceVersa è stato casuale», racconta Mersél al termine di una giornata di smart working che lo tiene riparato dalla pandemia che assedia il suo paesino nel triangolo del contagio fra Monza, Milano e Bergamo. «Velotto si trovava a Milano presso amici, parlando di musica ho scoperto che avevamo suonato sugli stessi palchi. Allora eravamo entrambi capelloni, ora calvi, dopo 25 anni stentavamo a riconoscerci. Non sapevo che avesse una etichetta. Quando cominciai a parlare del mio progetto discografico, lui si è mostrato disponibile. I provini gli sono piaciuti e così è nato l’album».

Un album di Nessuna utilità pratica, come recita sarcastico il titolo. «Perché io credo che l’arte non abbia alcuna utilità pratica, al contrario la politica ce l’ha. La musica è soltanto un veicolo di emozioni, un catalizzatore di stati d’animo. Il titolo prende spunto dalla battuta scherzosa di un mio amico che mi disse: “Ho sentito il disco, però sono deluso, perché non è riscrivibile. Lo utilizzo come spessore per un tavolo traballante”. Oggi che i dischi sono digitali non potrebbe usarlo neanche per quello scopo».

Un pessimismo cosmico fa da compagno al rocker brianzolo nel suo viaggio attraverso una pianura padana desolata, depressa e alienata. Marsél appare come il viandante sul mare di nebbia della tela di Caspar David Friedrich. La sua voce rasposa e pastosa fende questa striscia di vapore e di condensa che rimane lì, sospesa tra cielo e terra, indecisa sul da farsi, se alzarsi verso il cielo plumbeo oppure coprire la coltre di campi sottostante. L’album scorre ipnotico, spigoloso, essenziale, spettrale, nero, disperato. Chitarre elettriche serrate, affilate e grattate, testi taglienti in cui affiorano talvolta trascorsi politici non sublimati. Sorprendentemente i fantasmi di Adamo (Qualcosa in più) e Adriano Celentano (Una canzone urgente) si materializzano fra richiami ai Rolling Stones (Palomba!), Lou Reed, Johnny Cash e al Tom Waits di Swordfishtrombones.

«Questo album parte da lontano. All’inizio doveva essere un concept-album con ballate sopra e sotto il livello del mare. Poi è diventato un personale percorso esistenziale»

Oltre la nebbia Nic Marsél non vede il sole. L’Ultimo giro di giostra finisce davanti a un ultimo bicchiere, con un ultimo ballo. «Paradossalmente oggi la nebbia non c’è più», sorride. «Da bambino la nebbia c’era sessanta giorni all’anno e se non c’era era nuvoloso». Senza sole. «Ma non sono una persona negativa, sono realista», tiene a sottolineare. «Questo album parte da lontano, otto anni fa. All’inizio doveva essere un concept-album con ballate sopra e sotto il livello del mare. Immaginavo la pianura padana sommersa dall’acqua. C’erano tre diverse tipologie di canzoni: d’acqua, di terra e di aria. Poi il concetto è venuto meno perché non è più un album del Circo Fantasma, ma un personale percorso esistenziale che ho fatto da solo in compagnia di Paz Defina dei Volwo».

Nic Marsél quando canta e imbraccia la chitarra, Nicola Cereda quando sta davanti a un bicchiere di vino. «È l’altra mia passione. L’ho scoperta partecipando ad alcune vendemmie in vigneti di miei amici. Mi diletto a scrivere di vino, è un modo per sfogare la mia vena creativa della scrittura. Il mio obiettivo è quello di intrecciare storie di vino e di musica».

In attesa di bere un bicchiere di vino rosso, per il momento gustiamoci questo whisky torbato brianzolo di ottima qualità, decisamente affumicato e dall’acidità molto intensa, forse poco adatta ai palati più deboli. E se non dovesse piacervi, non preoccupatevi: potete sempre utilizzarlo come spessore per un tavolo traballante. Nessuna utilità pratica uscirà infatti anche in vinile e cd.

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