In occasione di un incontro digitale organizzato dalla nostra redazione per il ciclo di eventi “Il giorno dopo”, il noto giornalista ha commentato lo scenario occidentale al tempo del Covid-19. Dal ruolo del giornalismo al futuro della nostra società, ecco cosa ci ha raccontato

«Cosa penso del modo in cui abbiamo reagito a questa pandemia? Credo che ci abbia messo di fronte a un fallimento totale: a quello della scienza, alla quale abbiamo chiesto il miracolo di sconfiggere la morte senza considerare quanto la ricerca richieda tempo e investimenti; a quello della religione, con le chiese che hanno chiuso – a differenza dei tabaccai ritenuti fondamentali per la sopravvivenza del Paese – e che ormai svolgono una funzione da ONG più o meno marginali. L’amministrazione del Paese è andata a scatafascio in pochi giorni, senza riuscire a trovare un sistema per distribuire dei soldi a chi era rimasto senza. Hanno fallito sia il capitalismo borbonico sia quello anglosassone protestante. Hanno fallito tutti i moderni sistemi politici: da quelli democratici ai regimi totalitari di Putin, Bolsonaro e Xi Jinping. Ma di tutto questo sui giornali neanche l’ombra».

Così Domenico Quirico, inviato del quotidiano La Stampa e tra i più noti giornalisti italiani, ha fotografato lo scenario occidentale al tempo del Covid-19. Lo abbiamo incontrato virtualmente in occasione di una diretta streaming organizzata dal Sicilian Post per il ciclo di eventi “Il giorno dopo”, durante la quale ha dialogato con il direttore Giorgio Romeo.

«La ritirata delle truppe americane dall’Afghanistan, ovvero la più monumentale sconfitta occidentale dalla guerra del Vietnam, nel mio giornale è stata raccontata in appena 15 righe»

GIORNALISMO COVID-CENTRICO. Negli ultimi tre mesi i palinsesti di testate e telegiornali si sono mossi attorno al monopolio incontrastato della pandemia, relegando a uno spazio marginale notizie altrettanto importanti: una su tutte la ritirata, dopo 19 anni di guerra, delle truppe USA dall’Afghanistan. «La più monumentale sconfitta occidentale dalla guerra del Vietnam, ovvero la sigla dell’accordo di pace tra americani e talebani a Doha, in Qatar, che di per sé è già un fatto incredibile, nel mio giornale è stata data in appena 15 righe, mentre si dedicavano pagine e pagine alla pandemia, la quale non è uno scherzo, ma non è certo l’unico argomento degno di considerazione. Ogni giorno migliaia di talebani, che fino all’altro ieri erano descritti come ultra-terroristi, escono dalle galere e riprendono le loro attività perché non si sono pentiti: anzi, hanno vinto la guerra. Mi domando, allora, se possa esistere una tale sproporzione di attenzione nei confronti degli eventi che accadono attorno a noi». 

«Prigionieri di un’ossessione per la sicurezza, in Occidente qualcuno pensa sia possibile sacrificare, senza rimorso e senza colpa, degli innocenti sull’altare della lotta al terrorismo»

L’IPOCRISIA DELL’OCCIDENTE. «La mia idea di giornalismo – aveva dichiarato Quirico nel 2013, al suo rientro in Italia dopo esser stato sequestrato per 152 giorni in Siria – è di andare dove la gente soffre, anche se ogni tanto ci tocca soffrire come loro per fare il nostro mestiere». Giunto in quel lembo di terra per raccontare la guerra, il giornalista piemontese ha conosciuto la barbarie e la crudeltà della prigionia. Un’esperienza simile a quella toccata a Silvia Romano, la cooperante venticinquenne liberata il mese scorso dopo un sequestro lungo 18 mesi in mano ai jihadisti di Al Shabaab, o a Giovanni Lo Porto, operatore umanitario palermitano rapito nel 2012, la cui storia è stata raccontata lo scorso anno da Quirico nel libro “Morte di un ragazzo italiano”. Alla domanda se tra le due storie ci fossero delle similitudini, il giornalista ha risposto sottolineando una differenza sostanziale. «Giovanni Lo Porto è stato sì sequestrato da islamisti radicali, nel suo caso Al-Qaida afghana nelle zone di confino col Pakistan, ma non è stato ammazzato dai suoi aguzzini, bensì da coloro che avrebbero dovuto liberarlo: gli Stati Uniti d’America. È stato vittima dell’ossessione occidentale per la sicurezza, in nome della quale qualcuno pensa sia possibile sacrificare, senza rimorso e senza colpa, degli innocenti sull’altare della lotta al terrorismo. Forse è il caso di dirlo: il suo impegno per difendere la pace avrebbe meritato qualcosa di più delle semplici scuse fatte recapitare alla famiglia attraverso i notiziari».

«La nostra società è basata su un sistema giuridico che garantisce i diritti di ogni uomo. Se questa costruzione viene negata, finisce per crollare anche la nostra stessa identità»

LA SOLUZIONE È IL DIRITTO. I vili attacchi a Silvia Romano, rimbalzati sui social subito dopo la sua liberazione e amplificati da alcuni mezzi di stampa, sono stati al centro di alcune domande da parte del pubblico, in particolare quello più giovane che ha partecipato numeroso all’incontro digitale. «Il fatto è – ha risposto Quirico – che nel mondo di oggi non c’è spazio per la laicissima pietà umana. L’esempio più lampante è quello dei migranti. Progressivamente mi sono reso conto che seguire la loro traversata e raccontarla ha rinfocolato i sentimenti di odio degli xenofobi e dei razzisti, piuttosto che muoverli a compassione». Secondo il giornalista, quindi, è necessario un nuovo approccio, che prenda le mosse non dalla commozione, ma dal diritto. «Bisogna affermare in modo integralista l’obbligatorietà dell’accoglienza. Non si tratta di una scelta di bontà né di empatia, bensì del rispetto di qualcosa che sta scritto nelle nostre leggi. La nostra società è basata su un sistema giuridico che garantisce i diritti di ogni uomo. Se questa costruzione viene negata, come spesso è avvenuto recentemente in Occidente, crolla anche la nostra stessa identità».