Della guerra tra Ucraina e Russia si è parlato e scritto molto. Sebbene gran parte dei pareri abbia trovato convergenza nella condanna totale all’operato di Putin, alcune voci si sono distinte per una visione controcorrente. Fra queste, una delle più mediatiche è stata quella dello scrittore e opinionista italo-russo Nicolai Lilin, nato nel 1980 a Bender, nella Transnistria allora parte dell’URSS. Il suo vero nome è Nicolaj Verjbitkii, Lilin è un omaggio alla madre Lilia, che viveva già a Milano quando nel 2003 il figlio ha deciso raggiungerla dopo aver svolto il servizio militare in Cecenia e alcuni anni da consulente di antiterrorismo in territori di guerra.

Nicolai Lilin

Autore di 10 libri tutti in lingua italiana, il più noto è Educazione siberiana, romanzo d’esordio dallo sfondo autobiografico che narra il naturale processo dell’instradamento alla criminalità organizzata in una terra di nessuno quale la Transnistria, proclamatasi indipendente dall’URSS nel 1990, ma mai riconosciuta ufficialmente da alcuno Stato. Il romanzo, tradotto in 28 lingue e distribuito in 43 Paesi, è stato la base della trasposizione cinematografica omonima che ne ha fatto Gabriele Salvatores. L’ultima opera di recente pubblicazione è il ritratto di un uomo vissuto nella violenta e povera Leningrado degli anni ’50 e in seguito arruolatosi nel Kgb: Putin. L’ultimo zar. Una biografia nata dalla necessità di spiegare agli occidentali da un punto di vista privilegiato chi sia Putin. Lo abbiamo sentito per capire cosa ne pensa di ciò che sta accadendo in questi giorni in Ucraina. 

Una guerra lunga 8 anni. «Le dinamiche che hanno portato allo scoppio della guerra hanno radici profonde 8 anni: non basta osservare la storia degli ultimi 7 giorni. L’Occidente ha sempre chiuso gli occhi di fronte al pavento di una guerra che adesso è esplosa: da anni Putin rafforza il suo esercito e organizza esercitazioni militari in Bielorussia. Gli Occidentali però hanno deciso di essere miopi, sordi e muti: era comodo avere il gas russo e mantenere un buon rapporto con i ricchi oligarchi al potere» afferma Lilin a proposito delle ragioni dell’attuale conflitto. Rincarando poi la dose sulla scia di quanto affermato più volte dal Cremlino:  «Putin è stato chiaro: occorre denazificare il Paese. Che in Ucraina ci siano stati episodi di neonazismo è stato documentato anche da Amnesty International, soprattutto dal 2014, quando i separatisti filorussi del Donbass hanno cominciato a farsi sentire e i neonazisti del luogo a reagire». «Putin – continua lo scrittore – per circa 8 anni ha cercato l’attenzione dell’Occidente per intervenire nella delicata situazione del Donbass, dove l’azione degli Ucraini ai danni dei filorussi è stata vista da lui come un attacco da cui difendersi. Da qui la decisione di intraprendere l’attuale guerra partendo proprio dal riconoscimento delle repubbliche autoproclamatesi indipendenti di Donetsk e Lugansk».  

Dialoghi mancati. Se da una parte lo scrittore accusa l’Occidente di avere ignorato colpevolmente un problema che si incancreniva sotto i suoi occhi, al tempo stesso invoca un intervento per fermare le ostilità: «Avremmo dovuto intraprendere prima la via della diplomazia. Io condanno qualsiasi brutale aggressione ai danni di un altro Paese e ritengo che sia necessario intervenire solo con trattative di pace». Magari, a suo dire, con l’intervento di una figura autorevole come quella di Angela Merkel – «solo lei sarebbe stata in grado di dialogare con Putin» – avrebbe prodotto risultati, al contrario dei metodi scelti dai leader occidentali: «Non è facendo i finti buonisti e aprendo corridoi umanitari agli Ucraini che si risolve la situazione. Lo stesso invio delle armi a sostegno dell’Ucraina non farà altro che allungare e inasprire la guerra: non bastano le armi per sconfiggere il potente esercito russo, che finora ha sfruttato solo un terzo del suo potere» sostiene Lilin. 

Putin e la Russia. Al tempo stesso, lo scrittore non nasconde le difficoltà intrinseche ad una soluzione diplomatica. Ostacoli da imputarsi, a suo dire, alle peculiarità del leader russo e del suo regime. «Putin è arrivato al potere assoluto e autoritario modificando il sistema oligarchico russo: mentre prima questi ultimi erano il nucleo del governo, adesso l’unico vertice è lui, che non accetta consigli da nessuno e agisce con la forza nel timore che l’Ucraina, importante a livello economico e strategico per la Russia, cada sotto l’influenza occidentale». Un timore fondato, dato che gran parte dei giovani, sia russi sia ucraini, secondo Lilin non condivide il modo di pensare di Putin: «La sua è una mentalità militare da Kgb, contraddistinta dalla capacità di persuadere e trattare con terroristi: è un dominatore dal gergo criminale in grado di fare leva su anziani e gente delle periferie, ma non sui ragazzi. Le nuove generazioni sono nate nella globalizzazione, non condividono l’idea di cortine di ferro e confini da oltrepassare con le armi. C’è una reciproca mancanza di comprensione tra Putin e i giovani». All’opposto invece si pone la strategia comunicativa del presidente ucraino Zelensky: «Questi è moderno, fa presa sui ragazzi più che sulle vecchie generazioni grazie ai social occidentali e a un modo di porsi solo apparentemente informale e spontaneo, ma in realtà ben costruito: si pensi alla scelta di indossare la giacca militare per mostrarsi agguerrito e partecipe».

Le forze in campo. Un conflitto che si preannuncia lungo e dispendioso, dunque. Specie per le categorie più fragili, ovvero i civili. Lilin, da questo punto di vista, in virtù del suo passato in Transnistria (che oggi vive una situazione non troppo diversa da quella del Donbass) parla per esperienza: «Gli episodi di violenza più efferati provengono dai cosiddetti contractors, militari privati di ogni nazionalità che sono giunti dall’Occidente in Ucraina solo per trarre guadagno da questa guerra. Operatori professionisti di sicurezza militare, cecchini, esperti di azioni di sabotaggio: loro penetrano dalla Romania, dalla Polonia e dalla Cecoslovacchia e agiscono contro la popolazione civile facendone carne da macello». Facendo il gioco di Putin: «A mio avviso, la strategia mira a creare un ponte tra Russia-Crimea-Odessa-Transnistria per accerchiare l’Ucraina, della quale ha già conquistato l’Est e sta devastando il nord. Punta a un frazionamento che ponga il territorio sotto il controllo russo e ritirerà l’esercito solo quando l’Occidente lo accetterà».

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