«I Siciliani è un disco che abbiamo fatto insieme: io, Cettina e Antonio. Grazie a questo progetto, ho finalmente restituito alla figura di Antonio la centralità e il protagonismo che lui meritava nell’arte». Con queste parole, l’attore e regista Ninni Bruschetta ci presenta, in questa intervista, l’inedito progetto discografico “I Siciliani”, che omaggia i meravigliosi versi di Antonio Caldarella, l’artista avolese scomparso improvvisamente nel 2009. Il disco, prodotto da AlfaMusic e distribuito da Believe Digital-EGEA Distribution, è una suite di 8 brani e 3 preludi per pianoforte, composti e arrangiati dalla talentuosa pianista, compositrice e direttore d’orchestra Cettina Donato. Ad anticipare la pubblicazione del disco prevista per il 14 maggio 2021 – che abbiamo avuto il piacere di ascoltare in anteprima – è uscito lo scorso venerdì 16 aprile il singolo “Alcol”, descritto da Bruschetta come un’ubriacatura di acquavite di Sardegna: Filu ‘e ferru malidittu!

Le poesie, interpretate da Bruschetta e musicate dalla Donato, promettono un viaggio denso di sorprese ed emozioni, animato da un formidabile cast di musicisti: dagli archi della BIM Orchestra diretta da Giuseppe Tortora, a un trio jazz formato dal sassofonista Dario Cecchini, dal contrabbassista Dario Rosciglione e dal batterista Mimmo Campanale. A completare l’ensemble, l’attrice e cantante Celeste Gugliandolo, interprete del singolo Le Siciliane.

Poeta, scrittore, attore, pittore. Antonio Caldarella era un artista a tutto tondo. A lei come piace ricordarlo?
«Mi piace descrivere Antonio Caldarella come un uomo di successo, non perché apparisse in tv o sui giornali, ma perché mieteva cuori di uomini e di donne ogni giorno. Faccio un esempio: scriveva poesie e non faceva nulla per pubblicarle; poi arrivava Jean Paul Manganaro, che restava ammaliato dai suoi componimenti e lo spingeva a pubblicare un libro. Antonio, insomma, era un artista puro; un pittore che dipingeva e che poi nascondeva i quadri, un poeta che scriveva e che perdeva le sue stesse poesie, fregandosene. Quando Antonio ci lasciò, pensai: “ora a chi dirò certe cose?”. Lui era questo per me, un amico a cui dicevo certe cose».

Come si è intrecciata la sua storia a quella di Cettina Donato, un’eccellenza del jazz, pianista e compositrice di fama internazionale?
«Tutto iniziò da uno spettacolo che feci nel 2016, prodotto dal Teatro Vittorio Emanuele di Messina. In quell’occasione, mi misi in contatto con lei per proporle un arrangiamento, per 24 strumentisti classici, di “How Deep Is Your Love” dei Bee Gees. Il suo entusiasta “sì” sancì un sodalizio artistico che da quel momento in poi non s’interruppe più».

La cover del disco

Per lei, questo disco è stato un debutto vero e proprio. Come l’ha vissuto?
«Due sono state le emozioni predominanti. La prima è stata dettata dai versi scritti da Antonio, in cui mi sentivo inevitabilmente coinvolto e per cui ho dovuto fare un duro lavoro di distanziamento emotivo. La seconda, invece, è stata al limite della comicità e riguarda l’esperienza in studio di registrazione; appena sono entrato in sala e ho sentito la mia voce in cuffia ho pensato: “non ce la farò mai!”. Poi, dopo tanto esercizio e grazie al supporto di Cettina e di tutto l’ensemble, abbiamo raggiunto gli obiettivi auspicati. C’è un che di sorprendente nel lavoro che io e Cettina abbiamo impostato, poiché abbiamo visto nascere tutto insieme. Essere presente, al suo fianco, durante la composizione di una melodia mi ha regalato, a 59 anni, un’esperienza così straordinaria che mi sembrava di averne 16».

Cosa rende speciale il progetto de “I Siciliani”?
«Questo disco è una storia, che ne racchiude in sé tante altre. In primis, c’è quella raccontata da Antonio sui siciliani moderni e sulla Sicilia di oggi, una terra vivace, poetica e letteraria. Antonio, però, non si limita a raccontare solo la bellezza dell’isola, narra anche la miseria e le ingiustizie, ma sempre in tono poetico. Poi in questo disco, c’è la storia della vita dello stesso Antonio, percorsa attraverso i brani composti e arrangiati da Cettina Donato, che ha fatto uno sforzo di creatività incredibile. Ai 3 preludi per pianoforte che ricordano Chopin, si aggiungono la marcia jazz de “I Siciliani”, il bolero jazz “Alcol”, il rap jazz “Amico Fragile” e così via, passando attraverso tutti i sistemi musicali del mondo».

C’è un senso di luogo che trapela dalle poesie di Antonio Caldarella e più in generale dall’album?
«Direi che i luoghi descritti da Antonio, seppur legati alla nostra Sicilia, rappresentano i luoghi del mondo. La sua poesia ha una forza internazionale, capace di raggiungere chiunque conosca il rapporto che intercorre tra la terra e la vita. Credo che la poesia sia in assoluto la forma d’arte più aperta e allo stesso tempo la più inclusiva che io conosca: la poesia o è come un embrione, una piccola cosa da cui può nascere un tutto oppure è come un buco nero, un tutto da cui possono nascere delle piccole cose».

Cosa direbbe il tuo caro amico Antonio di questo album, se fosse ancora tra noi?
«Sicuramente avrebbe fatto una delle sue battute caustiche e geniali. Oggi non ti saprei rispondere, forse ne sarò capace dopo l’uscita dell’album. Ciò che so, è che la presenza di quelle poesie rappresenta inequivocabilmente la presenza di Antonio tra noi. L’immagine che potrebbe racchiudere al meglio questo pensiero? Il disegno del fumettista e illustratore messinese Lelio Bonaccorso: sullo sfondo Antonio che brinda con il calice in mano e in primo piano, io e Cettina, che cantiamo e suoniamo la sua arte».

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