Risale al 1693 la prima disputa sulla strategia progettuale del post-terremoto, ovvero: costruire “città nuove” o ricostruire “dov’era, com’era”. Agli inizi di gennaio, tra il 9 e l’11, due violente scosse fecero tremare la Sicilia orientale, la prima con epicentro fra Sortino e Melilli, la seconda al largo di Catania. La prima, del settimo grado della scala Mercalli, corrispondente a una magnitudo 6.1 della Richter, seminò distruzione e morte, ma era soltanto il segnale di un evento successivo, ancor più catastrofico. Due giorni dopo, la scala Mercalli raggiunse l’intensità dell’undicesimo grado, equivalente a una magnitudo 8.1 della Richter. Interi paesi furono sbriciolati e un maremoto colpì la costa. Oltre 60mila le vittime, 20mila delle quali a Catania.

Noto fu una delle città completamente rase al suolo. Nessun edificio resistette al sisma più forte mai registrato nell’intero territorio italiano. E quando venne il momento della ricostruzione si pose il problema se mantenere la città nel luogo dove sin dall’età del bronzo aveva prosperato, ovvero sul monte Alveria, oppure trasferirla otto chilometri più a sud, vicino al mare. Fu indetto un referendum, e vinse la volontà popolare di restare. Ma a comandare erano le famiglie nobili, che invece volevano cambiare location, e così dieci anni dopo il crollo di Noto Antica, la città nuova nasceva sotto la spinta di un magnifico Barocco che forse non aveva dimenticato che intorno al 1650 i Landolina, marchesi di Trezzano e Baroni di Belludia, avevano già fatto costruire per il loro maestoso palazzo un portale «sormontato da un grande balcone a guisa di carro trionfale, sostenuto da quattro cavalli alati» a celebrare il motto Magni spes altera Olympi. Molti sopravvissuti alla tragedia si rifiutarono di trasferirsi: alcuni si dispersero nelle campagne del circondario, altri cercarono rifugio a Canicattini Bagni, dove, si dice, ancora oggi si sente parlare l’arcaico dialetto netino.

Noto Antica

Noto Antica oggi è una città invisibile, così come molti di quei paesini della Val del Belice distrutti dal terremoto del 1968. Ma in questo caso non si tratta di un borgo rurale abbandonato, ma di una importante città commerciale e culturale entrata in contatto con le culture greche, romane, arabo, normanne, aragonesi. Nel 1503 il re Ferdinando II d’Aragona conferì a Noto il titolo di “Città ingegnosa” per i tanti personaggi che nel Quattrocento si distinsero nel campo dell’arte, delle lettere e della scienza. Qui nel 1474 giunse Antonello da Messina per eseguire un perduto Gonfalone, lavorando fianco a fianco con la bottega dei Gagini e Francesco Laurana. E mentre questi artisti portavano il Rinascimento in pittura e scultura, il dimenticato architetto Matteo Carnilivari abbelliva la città, così come già aveva fatto a Palermo per Palazzo Aiutamicristo e Palazzo Abatellis.

La porta d’ingresso

I fasti del passato vengono subito ricordati all’ingresso del sito, raggiungibile tramite una strada malandata e strettissima. Ad accogliere e a stupire il visitatore una maestosa porta, alla quale una volta si accedeva attraverso un ponte levatoio e dalla quale si dipanano portentose mura fortificate, ancora visibili, che, insieme alle gole che circondano la zona, hanno reso inespugnabile la città. A sinistra si apre un grande ambiente incorporato dalle mura, che era la Sala d’Armi con le scuderie, a destra si eleva il Castello con la Torre Maestra voluta nel 1431 dal Duca di Noto Don Pietro d’Aragona, feudatario della città e fratello del re Alfonso V il Magnanimo. Al culmine della salita si può ammirare la Valle del Carosello, dove nasce l’Asinaro, e sotto la montagna si trovano i mulini e le concerie delle pelli scavate dagli arabi, dove uomini, donne e bambini andavano a lavorare e a morire per le esalazioni tossiche.

Noto Antica nasconde ancora molti segreti e tesori, ma l’ultima campagna scavi risale al 2007, quando, nell’area del castello, furono riportati alla luce la normanna cappella palatina di San Michele e i locali delle prigioni, confermando quanto complessa sia la lettura della stratificata compagine architettonica della città.

I resti della Chiesa e del Collegio dei Gesuiti

La folta vegetazione avvolge e fagocita gli altri resti di Noto Antica. Città invisibile e abbandonata. Dai rovi emergono le rovine del municipio, della Chiesa e Collegio dei Gesuiti, la cui facciata resiste al tempo, del Palazzo Landolina di Belludia. Altri tesori sono stati portati via, alcuni si trovano custoditi nella saletta medievale del Museo civico di Noto, a testimonianza dello splendore dell’antenata del “giardino di pietra”, molti sono stati sottratti dai tombaroli e adesso abbelliscono case private.

Scultura e disegni dei detenuti nel Castello

Punto di partenza per percorsi di trekking e, soprattutto, per tuffi refrigeranti in estate nei laghetti formati dall’Asinaro, Noto Antica sembra dimenticata, lasciata alla mercé della natura, come in una volontà collettiva di cancellare una dolorosa pagina di storia, il ricordo di un evento tragico e catastrofico. Eppure, potrebbe diventare una sorta di Pompei medievale siciliana o un vero e proprio “giardino di pietra”, o un grande sito archeologico e naturalistico. Insomma, un’altra attrazione per valorizzare il Val di Noto e il comprensorio degli Iblei.

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