Già utilizzate nell’industria aeronautica, le copie digitali di oggetti del mondo reale potrebbero essere l’arma vincente contro Covid-19. E la nostra privacy non ne sarebbe compromessa

La sfida che attende il pianeta nei prossimi mesi, una volta estinto l’iniziale incendio del nuovo coronavirus, sarà quella di prevenire ulteriori esplosioni del contagio e attuare una strategia di contenimento. Di fronte ad una situazione senza precedenti, le soluzioni collaudate scarseggiano e si tratterà di inventarne di nuove. E se invece un sentiero promettente fosse già battuto? Da anni ormai, nel settore della componentistica molte aziende utilizzano i cosiddetti Digital Twin, ovvero “Gemelli digitali”. General Electric, ad esempio, si serve di modelli computerizzati delle turbine dei motori dei jet che, oltre a riprodurre le caratteristiche della loro controparte reale ne replicano anche i comportamenti in real-time, permettendo così interventi tempestivi sugli eventuali malfunzionamenti. Estendere questo approccio agli esseri umani e creare dei veri e propri Personal Digital Twins rappresenterebbe un’arma formidabile in termini di tutela della salute.

Di cosa si tratta? Il primo passo consiste nella raccolta di dati sugli individui. A questo siamo già abituati: basti pensare alla mole di dati personali ottenuta della profilazione degli utenti sul web. Un Gemello digitale che possa aiutarci a combattere il virus dovrà però contenere i nostri dati biometrici, oltre alla nostra cartella clinica e, in un futuro, anche il codice genetico. Anche in questo senso i primi passi si stanno già compiendo. Si vocifera, ad esempio, che il prossimo Apple Watch saprà registrare il grado di ossigenazione del sangue mentre i ricercatori all’Università Carnegie Mellon, in Pennsylvania, sono già al lavoro su un AI che riesce a calcolare la probabilità che un soggetto sia positivo al Covid-19 in base all’analisi della sua voce. L’insieme dei Gemelli digitali di ciascuno di noi comporrà un quadro completo della situazione sanitaria, mettendo le autorità in condizione di operare con efficacia a livello di sorveglianza e intervento sui flussi epidemici. D’altra parte, solo una soluzione sistemica di questo tipo ci permetterà di prevenire future emergenze. Adottare, nel momento di massima diffusione del virus, il distanziamento sociale è stato come mettere un cerotto su una ferita ancora aperta. Nonostante sia stato fondamentale al fine di ridurre le vittime, il lockdown non ridurrà affatto il numero di contagiati. Inoltre, si tratta di una misura dall’efficacia fragilissima: se a metterlo in pratica, invece del cento per cento dei cittadini, fosse il novanta, il suo impatto sarebbe dimezzato. Probabilmente, nemmeno l’App per il tracciamento dei contatti “Immuni” sortirà gli effetti sperati. Sarebbe ingenuo credere che su base volontaria si raggiungerebbe la soglia del sessanta percento di iscritti necessari perché abbia un impatto nel seguire la diffusione del virus. Se la si volesse, usare a scopo di vero e proprio contenimento del contagio, funzione ora svolta dal distanziamento sociale, quel numero salirebbe ulteriormente, nei casi peggiori fino all’ottanta percento.

Certo, un sistema in grado di ottenere anche le più intime informazioni che ci riguardano potrebbe destare preoccupazioni in merito alla privacy. Ritengo che ci siano buone ragioni per non allarmarsi. Innanzitutto, sia negli organi di regolamentazione sia presso l’opinione pubblica, si inizia ormai a guardare più favorevolmente ad un approccio più pragmatico alla questione delle tutele. Persino l’UE, in una recente nota ha acconsentito ad allentare le norme sulla protezione dei dati personali, almeno in questa particolare circostanza. Ma soprattutto un sistema basato sui Gemelli digitali non rappresenterebbe necessariamente un pericolo per le nostre identità. I nostri dati potrebbero infatti essere comunicati alle autorità in maniera completamente anonima in condizioni ordinarie. Solo nel caso in cui, ad esempio, io decida di contravvenire ad un ordine di autoisolamento allora il sistema notificherebbe alle forze dell’ordine il mio nome e cognome. In fondo, non accade la stessa cosa quando un autovelox fotografa la mia targa solo se sto superando i limiti di velocità?


L’articolo che avete letto proviene dall’ebook “Il giorno dopo. Visioni del post pandemia“, a cura della nostra redazione con contributi di personalità come Ferruccio De Bortoli, Jeff Jarvis, Derrick De Kerckhove e altri. La pubblicazione è disponibile gratuitamente a questo link