«No, non deve ringraziare me», si schernisce la signora con gli occhi illuminati da un sorriso divertito che nemmeno la mascherina riesce ad oscurare, «Quello generoso è mio marito». Insieme ad alcuni alunni della mia scuola abbiamo aderito come volontari alla 25esima edizione della Giornata Nazionale della Colletta Alimentare e al cenno con cui la coppia alla cassa del supermercato indicava di volerci donare una parte considerevole della spesa fatta per sé, mi era fatto avanti per aiutarli e ringraziarli. Sfondando irriverentemente la cortina della riservatezza imposta solitamente dal fatto di non conoscersi, rivolgo allora all’uomo la domanda che mi preme: «Da dove nasce la sua generosità». «Mi piace amare» risponde senza stare tanto a pensarci su.

Come tutto ciò che affonda le proprie radici nell’umano, anche il gesto della Colletta non finisce mai di dire cose nuove sulla stessa esperienza.  Nella sintesi di questo sconosciuto trovo espresso con semplicità quanto mi ero sforzato di spiegare, con mille approssimazioni, ai miei alunni invitandoli a partecipare alla Colletta: nella condivisione del bisogno degli altri si realizza cioè che, profondamente, siamo. Non in ossequio ad un imperativo categorico che impone ciò che si “deve”, ma per l’attrattiva del gusto che dà il fatto di amare.

Dopo il grigiore delle chiusure e della DaD, è uno spettacolo potere osservare il riaccendersi dell’umano in questa iniziativa educativa – nata nel 1989 ad opera di don Luigi Giussani. Ne scorgo i segni nell’instancabilità con cui Benedetta fa la spola tra i carrelli della spesa e gli scatoloni in cui vengono riposti ordinatamente gli alimenti per le famiglie in difficoltà; nell’espressione di Gaia che dentro l’indicazione di un compito concreto e di una tensione ideale all’altezza del suo desiderio sembra ritrovare le coordinate di un impegno con sé stessa che sembrava avere smarrito.

«È una cosa bella e concreta quella che stiamo facendo» mi dice Carola alla quale chiedo come sta andando. Non tutti i clienti del nostro Ipermercato, però, aderiscono. Temo che questo possa scoraggiare i ragazzi.

«Prof, – mi confida Sofia forse intuendo la mia preoccupazione – anche se dovessero dirmi “no” cento volte, io non mi fermo». «Perché?», indago. «Perché dopo un “no” seguono cento “sì”. Ma anche se ne seguisse uno solo varrebbe comunque la pena. Questo gesto ha un grande valore che dobbiamo imparare a riconoscere e non si tratta appena del pacco di alimenti da consegnare. La questione è che noi buttiamo la spugna quando crediamo che il male vinca sul bene. Invece, vale la pena aspettare che, anche donando una sola scatoletta, il bene vinca sul male».

A fine giornata, tra le cose non catalogabili – a chi dona viene chiesto di contribuire con alimenti di prima necessità e a lunga conservazione – spunta un panettone farcito al pistacchio. «Una ragazza che aveva già donato degli alimenti comprati al supermercato –mi spiega Valeria– è poi ritornata con questo panettone buonissimo comprato in qualche altro posto».

Non si è accontentata di “dare” dei prodotti alimentari ai poveri – mi sembra di intuire – ha invece voluto donare a qualcuno che non conoscerà mai, qualcosa di particolare, qualcosa che avesse il sapore di un amore totalmente gratuito nella bontà di un panettone al pistacchio.

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