Questo contributo è parte di un dibattito scaturito dalla pubblicazione di una lettera aperta del rettore dell’Università di Catania, all’indomani di un tragico evento che ha coinvolto uno studente dell’Ateneo. In questo 2020 i più fragili tra di noi,  dentro e fuori il contesto universitario, rischiano di perdere la speranza nel futuro. Da dove ripartire?

I lettori possono intervenire con le loro lettere, che verranno pubblicate sul nostro sito, inviandole all’indirizzo redazione@sicilianpost.it

Salve redazione, accolgo il vostro appello di un confronto con studenti e professori rispetto ai fatti che hanno scosso recentemente il nostro Ateneo. Sono una studentessa di Medicina al terzo anno e aspettavo di riprendere questo semestre universitario in presenza perché avevo nella mia testa mille progetti e cose da fare, non volevo perdermi nemmeno un minuto dopo la prima quarantena dei mesi scorsi, eppure ecco che ci ritroviamo di nuovo tutti nelle nostre case, a dover ancora rimodulare i nostri impegni in maniera Covid-free.

I fatti recentemente accaduti mi hanno fatto riflettere, soprattutto su quanto l’attuale situazione in cui siamo stati immersi abbia portato alla luce, più che scaturito, le asperità della vita universitaria. Per me in prima persona non è stato scontato relazionarsi bene sin da subito con l’università, e confrontandomi con i colleghi so che almeno per una volta durante il nostro percorso tutti abbiamo dovuto affrontare la pressione che il mondo universitario ci impone. Questo periodo ha indiscutibilmente accentuato questa situazione per alcuni perché il solo modo, basandomi sulla mia esperienza, di guardare all’università come un posto sicuro è farlo insieme, è condividere, e questo periodo ci ha richiesto uno sforzo non indifferente per mantenere i rapporti.

L’università spesso ci viene presentata come un posto solitario, in cui ognuno fa per sé, ognuno ha il suo percorso, e i professori non creano un legame con noi. Tutto ciò spesso è vero, capita di sentirsi soli e che nessuno prenda a cuore seriamente le nostre preoccupazioni, e quando questo capita questa solitudine fa sì che nessuno se ne accorga finché fatti più gravi non portano tutto questo in superficie, richiedendoci un giudizio, non solo sulla situazione, ma sul comportamento di ognuno.

Io sono sicura di non avere tra le mani una soluzione definitiva, ma posso guardare alla mia esperienza: essa mi ha insegnato che condividere con i colleghi, e con i professori, la vita universitaria rende tutto più sostenibile, e condividere non solo i momenti di divertimento e di svago ma soprattutto, e ribadisco che è la mossa fondamentale per me, condividere lo studio, la bellezza dello studio che siamo chiamati a fare durante questi anni, e le paure e ansie che questo si porta dietro. Affrontare quel muro che mettiamo nei confronti degli altri per paura di essere giudicati è un passo sicuramente impegnativo, ma se lo si fa ci si rende conto che tutti siamo sulla stessa strada, chi più avanti, chi più indietro, qualcuno va più veloce e qualcuno va più lentamente (e nessuno dovrebbe sentirsi da meno come persona per questo) ma comunque sulla stessa strada.

Per me la soluzione è stata non affrontare tutto da sola e condividere, e aiutare chi mi stava accanto a condividere, la propria vita universitaria. D’altronde la stessa etimologia della parola “università” ci suggerisce il passo da compiere: università significa “totalità, insieme di persone associate”, non siamo monadi che viaggiano da sole, perché da soli la fatica è triplicata e il percorso non ne varrebbe veramente la pena. Invito tutti noi a guardare un po’ più all’altro anche attraverso uno schermo, poiché è tutto quello che per ora ci è concesso, e a creare momenti di condivisione soprattutto in questo momento che, per quanto odiato, ci sta sicuramente insegnando qualcosa. Grazie per questa possibilità di confronto.


Il dibattito:

La fragilità al tempo della pandemia e la lettera aperta del rettore Priolo

Francesco Riggi: di fronte alla tragedia rilanciare l’Università come luogo di alleanza tra le generazioni

Lorenzo Rapisarda: solo i rapporti umani autentici ci sottraggono alla disperazione

Elena Ardita: Saper condividere può fare la differenza: solo così nessuno rimarrà indietro

Giuseppe Di Fazio: Insegnare non basta, dobbiamo prenderci cura dei nostri studenti

Alfonso Ruggiero: Vivere l’istante per costruire il futuro: la grande scommessa a cui siamo chiamati


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