La nostra empatia è in un letargo che solo all’occasione, con molta pacatezza si sveglia aprendo prima un occhio e, poi, con altrettanta placidità, anche l’altro. Fortunatamente, però, c’è chi tra i più pronti – mi riferisco in questo caso a Fernando de Haro e Joanna Bartkowiak con i loro articoli pubblicati da questa testata – è riuscito a dare un contributo per stimolare il processo di carburazione. Sia De Haro, infatti, attraverso le vicende quotidiane nelle quali ha deciso di cimentarsi in prima persona ai confini tra Polonia e Ucraina, sia la Bartkowiak con la trasparenza del suo racconto con delicate note autobiografiche ci hanno fornito dei contributi alla conoscenza di quanto sta accadendo. Oltre ai sentimenti devastanti di chi sta dovendo vivere questo incubo ad occhi aperti, l’altro elemento in comune che risalta molto in entrambi gli articoli è la solidarietà che, comunque è scattata solo dopo l’innesco della guerra. Già nelle esperienze quotidiane vediamo come talvolta basta poco per poter prevenire una catastrofe; purtroppo, però, siamo anche costretti a costatare come la maggior parte delle volte questa differenza non ha giustizia in tempo utile, ma solo quando i danni appaiono irreparabili.

Per questo, nel mio piccolo mondo, fatto di pillole di conoscenza mi chiedo il perché di ciò; mi chiedo perché, partendo dalla durevole quotidianità, l’essere umano non impara mai che è meglio prevenire che curare; cura che poi, alla fine, si riduce a proteggere da uno spiffero un vaso rotto e riparato, che non appena verrà accarezzato da un soffio d’aria si polverizzerà, non potendo più recuperare il suo valore iniziale. Mi chiedo se anche in questa circostanza della guerra ai confini dell’Unione Europea sarebbe bastato un briciolo di previa cura ed unità per evitare che la Polina di De Haro dovesse provare un sentimento tanto profondo quanto logorante come la paura, che viene sempre sottovalutata e sminuita. Mi chiedo se anche io come essere umano, nel mio piccolo, avrei potuto fare qualcosa per evitare che Daryona, nel fiore della sua età avesse dovuto temere anche un soffio di vento che fa sbattere una porta. Mi chiedo se abbiamo effettivamente imparato, come la Bartkowiak riporta nel suo articolo, o se si tratta esclusivamente dell’ennesima lezione momentanea, come lo è stata quella della pandemia da Covid-19, che ci ha fatto apprezzare e riempire gli occhi di energia con l’incanto delle piccole cose come una passeggiata all’aperto, ma solo fugacemente.

Per svegliarci dal letargo dell’empatia servirebbe, dunque, un attacco ai nostri cuori e ai nostri animi, al fine di innescare un miglioramento tangibile in questa nuova era rivoluzionaria nella quale viviamo, che di così rivoluzionario presenta solo tante chiacchiere.

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