Nella settimana dei Premi Nobel che, grazie a Giorgio Parisi, ha riscritto la storia della scienza e della cultura italiana, abbiamo appreso una volta di più non solo quanto tale onorificenza sia inevitabilmente garanzia di fama imperitura, ma anche come il suo fascino e il suo prestigio sappiano ancora affratellare una nazione come la nostra, spesso attraversata da divergenze assai significative. I plausi, i caroselli e gli onori meritatamente tributati al geniale professore de “La Sapienza” hanno quasi rinverdito l’orgoglio sopito di un popolo che, a volte, dimentica la sua connaturata grandezza. Già, gli onori. Peccato, però, che storicamente il riconoscimento assegnato dall’Accademia Reale svedese porti con sé anche una massiccia dose di oneri. Per non dire di veleni. Tra accuse velate e plateali manifestazioni di dissenso, tra invidie neanche troppo celate e pungenti insinuazioni sulla capacità di giudizio della giuria, il Premio ha spesso catalizzato l’astio latente tra colleghi della comunità scientifica internazionale. Se non, addirittura, tra illustri connazionali. Lo imparò a sue spese, e suo malgrado, Salvatore Quasimodo, quando nel 1959 vide riconosciuto universalmente il suo straordinario contributo alla letteratura di ogni tempo. E quello che oggi, alla luce delle celebrazioni per il traguardo raggiunto dal fisico di origine siciliana, sembra impossibile, avvenne allora in maniera a dir poco sproporzionata. Dando vita ad una vera e propria ondata di haters ante litteram.

Se non stupisce, da un lato, che tra i grandi protagonisti della scena lirica del’900 potesse esserci un’accesa rivalità, sorprende, dall’altro, che figure solitamente pacate e misurate – almeno per ciò che generalmente è stato tramandato – si siano lasciate andare a commenti decisamente aggressivi. Emblematico, in questo senso, il caso di Ungaretti, secondo alcuni piuttosto risentito per essere stato snobbato nonostante le innovazioni apportate alla poesia avrebbero dovuto designarlo come naturale candidato. In una lettera risalente agli inizi del novembre 1959, il poeta nativo di Alessandria d’Egitto – accusandolo peraltro ingiustamente di aver fatto carriera grazie all’appoggio del Fascismo – non nascose la sua feroce avversione per Quasimodo: «È un pappagallo e un pagliaccio. Scriveva poesie sulla Resistenza solo perché era la moda. Tu sai – rivolgendosi al proprio interlocutore, l’intellettuale francese Jean Lescure – che chi attribuisce il premio sono quattro poeti ridicoli. Gli altri sono uomini di scienza e il più cretino dei quattro è il segretario permanente. Hai compreso la serietà del Nobel?». Quello che, tuttavia, potrebbe apparire semplicemente come l’apice di una disputa squisitamente personale si configurò, in realtà, come un’opera di denigrazione sistematica, come raramente era mai accaduto. Persino Montale, che certo non amava ingaggiare dispute pubbliche, né tantomeno esporsi mediaticamente più del necessario, accolse con sarcastica acredine la notizia della vittoria del poeta modicano: «C’è modo e “quasimodo” di fare la poesia!» sentenziò. Verrebbe maliziosamente da pensare, allora, che l’origine meridionale, isolana di Quasimodo fosse andata di traverso a quei bontemponi strenuamente ancorati ad una concezione arcaica della divisione culturale italiana. Tralasciando i lunghi trascorsi fiorentini di Quasimodo, tale ipotesi si rivela comunque priva di fondamento. Basta leggere le considerazioni dell’intellettuale siciliano Luigi Russo, riportate nell’articolo di Lorenzo Catania su “Avanti!”: «Il Premio Nobel a Quasimodo ha avuto una unanimità di voti negativi in tutta la Penisola, mentre il buono e modesto Quasimodo non ci deve entrare forse per nulla. C’entra forse l’insipienza donferrantesca e la presunzione degli accademici svedesi. Ma perché codesti accademici svedesi non cambiano mestiere?».

Solo una voce si levò convintamente contro questo scempio. Il solito, scomodissimo, inafferrabile Leonardo Sciascia: «Si ebbe la prova che non c’era nulla di maniacale nell’ostilità di cui si sentiva circondato: credo che nessun paese, mai, abbia reagito come l’Italia letteraria ha reagito all’assegnazione del Nobel a Quasimodo. Come un’offesa». Un’offesa ancora più grave se si pensa alla caratura dei personaggi che ne furono responsabili. Simboli di un’Italia che cova rancori e maldicenze sotto la patina del silenzio e della diplomazia. Simboli di un passato da cui sembreremmo aver imparato. Anche se, forse, non è il caso di contarci troppo.

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