Paolo Virzì: «Le mie “notti magiche” per mostrare il declino
della nostra società»

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Toccando vari temi tra i quali il cinema siciliano, il regista livornese presenta la sua ultima pellicola, ambientata nella suggestiva cornice estiva dei mondiali italiani, dove le storie di tre ambiziosi giovani si intrecciano con uno scottante caso di cronaca. Un’opera che fa decisamente riflettere, con uno sguardo al passato recente, sul burrascoso presente

È il luglio del 1990, un rigore sbagliato decreta la fine del sogno italiano. Tre giovani sceneggiatori, Luciano Ambrogi, Antonino Scordia e Eugenia Malaspina sono i finalisti del premio Solinas, il loro sogno è entrare nel mondo del cinema, finiranno invece per essere protagonisti del giallo della morte del produttore romano Leandro Saponaro. Notti magiche, il nuovo film di Paolo Virzì, appena uscito in sala, è un giallo a tratti umoristico che, partendo dalla sconfitta della Nazionale ai Mondiali ripercorre il declino del grande cinema italiano. Incontrato a Lucca Comics, in occasione della conferenza in cui ha dialogato con il critico Francesco Alò, il regista de “Il capitale umano e “La pazza gioia”, ha raccontato della genesi di questo ultimo lavoro, della Roma dei maestri del cinema da lui vissuta tra gli anni ’80 e ’90 e della sua visione della società odierna.

Il film è ambientato nel 1990, ma racconta anche del mondo del cinema alla fine degli anni ’80. Che aria si respirava a Roma?
«In quegli anni Dino Risi girava Teresa e Mario Monicelli non sapeva dove sbattere la testa: erano stanchi, pieni di contratti. Erano bellissimi, ed era bellissimo essere schiavizzati da loro. Conoscevo, esploravo il cinema italiano che era stato sempre sublime e volgarissimo, pieno di esempi luminosi e di incredibile poesia, ma allo stesso tempo di sotterfugi, di cambiali e film finti. Io ero innamorato di queste cose».

La pellicola racconta anche la fine “inconsapevole” della Prima Repubblica. Crede che il film ispiri un po’ di nostalgia degli anni ’90?
«Direi che allora non sapevano che stava per finire perché gli eventi capitano all’improvviso e inaspettati. Nel decennio successivo il Paese sarebbe cambiato in tanti modi. È una questione controversa: avere solo nostalgia è sbagliato perché vuol dire non capire nulla, ma stiamo vivendo un momento storico molto pericoloso, per questo non riesco a stare zitto. A costruire la civiltà ci vogliono secoli, ma per abbatterla non ci vuole niente. Nell’animo umano, ci sono pulsioni brutali e animali da homo homini lupus: se la politica le adopera per fare propaganda è la fine della civiltà, ed è quello che sta avvenendo adesso. Quando vediamo definire i bambini degli stranieri “zecche”, come quelle dei cani, vuol dire che in poco tempo siamo riusciti ad abbrutirci e tutto questo per un tornaconto politico».

Il film è un’elegia d’amore di un uomo che ha fatto del cinema il suo mestiere, dunque?
«Notti Magiche è un film fatto con la spericolatezza di un Kamikaze. Mi rendo conto di aver preso di petto qualcosa che è sacro per chi ama il cinema. È come se avessi preso in giro i miei papà, però erano loro stessi ad avermi insegnato che ci si prendeva in giro e che si può fare sono se ci si ama. Io consiglio di farlo anche nel privato, se vi amate prendetevi in giro: è la maniera migliore di amarsi, di conoscersi, di capirsi, altrimenti il resto è tutta retorica».

A chi si rivolge la pellicola?
«Abbiamo pensato il film non solo per chi ha vissuto quel periodo, ma anche per chi non conosce molti dei nomi e dei luoghi citati, nella speranza che questa fiaba nera e comica, possa essere affascinante e far venire voglia di saperne di più».

Paolo Virzì con il cast di “Notte Magiche”

Come altri suoi film, anche questo vede degli esordienti nei ruoli dei protagonisti. Uno di questi è il siciliano Mauro Lamantia. Com’è stato lavorare con lui?
«Mauro è un giovane attore bravissimo, che ha fatto strada nei teatri d’avanguardia, molto spiritoso e intelligente. Nel film interpreta i panni di Antonino Scordia, un messinese che è arrivato finalista al premio Solinas grazie ad Antonello da Messina. A differenza del suo interprete, il personaggio è ampolloso, noioso, un filologo, pronto però a lasciarsi irretire».

Ancora a proposito della nostra isola: esiste ancora un cinema siciliano?
«La Sicilia è un territorio da cinema, lo è stato storicamente dalla Terra Trema e poi da Germi e credo che lo continui ad essere, è un terra piena di eventi bollenti dal punto di vista della cronaca ma anche della poesia».

 

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