Uno vale uno: c’è ancora spazio per la competenza nell’epoca del web?

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In virtù della rivoluzione digitale che caratterizza il nostro momento storico, sempre meno individui sembrano disposti ad accogliere il parere degli specialisti e si ritiene che, anche in presenza di capacità comunicative di diverso livello, a tutti sia possibile far valere le proprie convinzioni. Non c’è più rimedio all’illusione della conoscenza? E che ruolo può avere il giornalismo di qualità nel tentativo di invertire la rotta?

In un mondo di presunti tuttologi da tastiera, chi vuole accedere a un’informazione autorevole si pone una domanda sempre più impellente: che fine ha fatto la competenza e com’è possibile individuarla, se da un lato gli esperti sembrano rimanere lontani dai canali di divulgazione più diffusi e dall’altro lato Internet non sempre costituisce una fonte affidabile? E soprattutto, interrogativo che ci riguarda da vicino: qual è il ruolo del giornalismo nel secondo millennio?

UN GRANDE GIOCO VIRTUALE. Facendo un passo indietro, Alessandro Baricco ha di recente evidenziato nel suo ultimo libro, The Game (Einaudi, 2018), che «l’insurrezione digitale è stata una mossa istintiva, una brusca torsione mentale. Reagiva a uno shock, quello del Novecento. L’intuizione fu quella di evadere da quella civiltà rovinosa infilando una via di fuga che alcuni avevano scoperto nei primi laboratori di computer science». In altre parole, la scelta di affidarsi a un élite di figure competenti ha vacillato con sempre più rabbia e aggressività dopo il secondo dopoguerra, fino ad essere soppiantata da una realtà “aumentata” in cui l’unica mediazione accettabile fra gli individui e le loro esigenze è diventata quella di un dispositivo elettronico. È così che oggi ci ritroviamo a vivere in un gigantesco “gioco virtuale” quotidiano nel quale chiunque può scambiarsi like e opinioni, sottovalutando e a tratti sostituendo il parere degli specialisti. Anzi, come ha fatto notare il politologo di Harvard Tom Nichols nel saggio The Death of Expertise (Oxford University Press, 2017) «il problema più grave è che siamo fieri di non sapere le cose. […] Rifiutare l’opinione degli esperti significa affermare la propria autonomia, è un modo che hanno gli Americani per evitare che il loro ego sempre più fragile si senta dire di avere torto su qualcosa».

TANTA INFORMAZIONE, TANTO RUMORE. Una tendenza antica con rischi altrettanto noti, forse, che già l’imperatore romano Marco Aurelio menzionava nel II secolo d.C. («il parere di 10.000 uomini non ha alcun valore se nessuno di loro sa niente sull’argomento»), ma che nell’era della globalizzazione si ripropone con grande serietà. «Non ci sono mai state più informazioni, e probabilmente non ci sono mai state così tante informazioni di scarso valore – scrive non a caso il giornalista Roberto Cotroneo. – È il paradosso in cui viviamo: è l’età d’oro del giornalismo, eppure c’è una cacofonia di rumori che probabilmente non è mai esistita prima». Come identificare, quindi, una notizia autorevole nel momento in cui la sua condivisione è sempre più a rischio superficialità, fretta e approssimazione? Ancora Cotroneo risponderebbe che per comprenderlo bisogna tenere conto del fatto che la sfida non consiste solo nel capire «come le media company possono fare soldi, ma come sopravvivranno a questo momento stravolgente per mantenere i contenuti di alta qualità, che sono quelli che alcuni non vorrebbero che siano diffusi e raccontati. Questo serve alla società: serve un ‘watchdog’, un cane da guardia che spiega e rivela temi che alcuni vorrebbero nascondere: crimini, indagini, scandali. Questo deve coesistere col mondo delle chiacchere» e con una dimensione in cui sembrano non esserci né il tempo, né l’interesse né l’umiltà per confrontarsi con un approfondimento tematico che solo gli esperti possono garantire.

PIÙ DUBBI, MENO SENTENZE. L’impresa, naturalmente, non è semplice per più ragioni. In primis, perché ci si è ormai abituati a fruire gratis di una miriade di servizi, dimenticandosi che «il giornalismo di qualità non è merce a buon mercato e un’industria che cede gratis i suoi contenuti non fa altro che cannibalizzare la propria capacità di produrre buon giornalismo», come già sottolineava l’imprenditore ed editore Rupert Murdoch un secolo fa.

In secundis, perché ora qualsiasi individuo, «quasi privo di riferimenti-guida, finisce per prendere a riferimento le milionate di tracce lasciate da altri individui», rendendo complicata un’organizzazione gerarchica e una verifica dei dati a disposizione in rete, stando a quanto si osserva nel Game di Baricco.

In tertiis, perché intanto viene anche sottovalutata la consapevolezza che un buon curriculum non sia tutto, se pur avendo una posizione di rilievo non si riesce a dialogare in maniera efficace e accessibile con i propri destinatari. «Oggi gli Americani credono che la loro uguaglianza di fronte al sistema politico equivalga anche a un’uguaglianza di opinioni fra chi sostiene una cosa e chi ne sostiene un’altra», annota ancora una volta Nichols al riguardo. Per dirla con un’espressione populista diffusa anche in Italia, insomma, nel mondo del 3.0 #unovaleuno. Ma è davvero così anche quando si hanno capacità comunicative o competenze specifiche diverse?

Non dovrebbe, piuttosto, il giornalismo contemporaneo tornare a creare senza sosta punti di incontro fra i media e gli accademici, fra le istituzioni e le scuole, in una rete di interscambio che abbia alla base una rinnovata fiducia reciproca nel riconoscere i limiti propri e le risorse altrui? Dopotutto, come già affermava lo storico statunitense Boorstin, «il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, bensì l’illusione della conoscenza», e l’unico modo per combatterlo è probabilmente continuare a interrogarsi e avere dei dubbi da condividere, anziché delle sentenze, affinché la mappa messa a punto da qualcuno più “navigato” di noi ci aiuti a orientarci con maggiore cognizione di causa nell’arcipelago del Web.

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