«In fotografia, decisivo, non è l’attimo, ma lo sguardo di chi sa cogliere l’istante irripetibile di un momento, il dettaglio di ciò che appare. È sempre il fotografo che decide quando è il momento decisivo». Pepi Merisio, nato a Caravaggio nel 1931, non ha dubbi: «Ogni fotografia è una narrazione. In ogni immagine fotografica sussistono fatti, situazioni, oggetti proposti con minuzia di particolari: una somma di dati interna concatenati tra loro in virtù del fatto d’essere stati presenti, realmente esistiti, al momento dello scatto».

L’ITALIA DEL BOOM. Decano del fotogiornalismo italiano, Pepi Merisio, cresciuto nel pieno della disfatta fascista e testimone critico della rinascita nazionale, ha vissuto direttamente l’abbandono delle campagne e l’esplosione della società dei consumi. Per questo, divenuto protagonista della stagione d’oro del fotoreportage italiano, nella sua indagine sociale ha scelto di rappresentare non i lustrini del “Boom economico”, ma l’ottusità di uno sviluppo che ha strappato il nostro Paese alle sue radici contadine. «Un fotografo racconta – afferma Merisio – la complessità di ciò che sta intorno quando meno pensa di raccontarla. Per questo deve andare sui luoghi con un animo libero e pronto a cogliere senza pregiudizi quello che accade». Attento osservatore del contesto antropologico e del paesaggio meno monumentale, Pepi Merisio ha reso leggibile la complessità del mondo con quel suo modo diretto e senza scorciatoie di guardare dritto negli occhi. La sua grandezza è la semplicità. «I fotografi della mia generazione – ha dichiarato – pensavano tutti la stessa cosa pur essendo diversi. L’originalità non era per noi un’ossessione, come invece mi pare sia oggi per le nuove generazioni».

IL FASCINO PER IL GIOCO. Merisio, il fotografo amato da Mario Luzi con cui ha condiviso lunghi anni di amicizia ha sempre avuto una sensibilità particolare per la poesia e la letteratura. Le sue fotografie, al pari di una poesia, possono essere lette a diversi livelli di significato. In questo senso, di particolare rilievo sono le numerose mostre che il maestro ha dedicato al gioco. In questi scatti, dove Merisio afferma di «vedere sé stesso bambino», viene raccontato un pezzo di storia del nostro Paese, dalla fine degli anni Cinquanta fino agli Ottanta: quarant’anni di Italia che gioca, di bambini e ragazzi ripresi mentre giocano all’oratorio, corrono per strada, gareggiano con le slitte, impegnati in attività che sono allo stesso tempo sia divagazione che esercizio alla vita. Sullo sfondo la testimonianza di un’Italia ormai quasi scomparsa, che però è ben impressa nelle immagini di Merisio, per il quale la fotografia è «documentare ciò che succede in un determinato momento, senza attendere fatti spettacolari». Il gioco per i bambini è una cosa seria, comporta grande coinvolgimento e concentrazione, lo scatto presentato è stato realizzato in piazza Navona a Roma nel 1965 mentre Papa Paolo VI lì vicino stava compiendo una visita pastorale in una parrocchia. Merisio si trova lì per caso, era al seguito del Papa che ha seguito come fotografo personale per 15 anni, all’improvviso vede la Piazza diventare un campo di calcio. Vede adolescenti ma anche adulti giocare al pallone. La bellezza dell’immagine sta tutta nella spontaneità dei soggetti che neppure si accorgono del fotografo, tutti sono attratti dal pallone.  La maestosità della piazza sullo sfondo esalta ancora di più il gioco semplice del calcio, capace di mettere insieme anche persone che non si conoscono e di far passare un po’ di tempo serenamente in un mondo che sapeva ancora giocare.

RACCONTARE IL LAVORO. Merisio, che ha anche collaborato con il settimanale Epoca, si è sempre considerato un “fotografo lento”, da racconto più che da notizie complicate, e questo gli permetteva di guardarsi attorno con libertà e serenità.  Due anni fa ha dichiarato: «Io fotografo allo stesso modo il contadino come il Papa. Il rapporto che stabilisco con il soggetto è umano; non inseguo effetti particolari o spettacolari. Nelle foto cerco di essere il realista possibile. Contemplo la presenza umana tutta». Anche nei tanti servizi fotografici dedicati al mondo del lavoro come l’Ansaldo di Genova, la Fiat di Torino e la Magneti Marelli di Milano, ha sempre scelto di fotografare il mondo dell’industria con l’occhio dell’operaio, non del dirigente o dell’ingegnere. Ha sempre visto il lavoro attraverso l’uomo, la sua opera; non appena guardando i risultati, ma entrando dentro i luoghi, nei reparti delle fabbriche e nella fatica di ogni persona che lavora. Un vero fotografo deve esaltare le persone che fotografa, non può mai metterle ai margini. Pochi mesi fa Merisio ha affermato: «A volte non ci vogliono decine di scatti per raccontare la complessità di una particolare storia, basta solo una foto».

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