Perché in Sicilia chi marina la scuola si dice che faccia “càlia”?

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Può succedere per l’ultima interrogazione del quadrimestre, per l’ultima settimana di lezione, per quella volta in cui si è fatto troppo tardi la sera prima. Quale che sia il motivo, il nome associato alla scelta di studenti di scuole medie, scuole superiori e università di saltare un giorno sui banchi ha a che fare con l’universo culinario

Un’assenza tenuta nascosta ai genitori, quantomeno finché non si è maggiorenni, comporta poi la falsificazione di una firma che porta via interi pomeriggi e foglietti in cui ricopiare cento volte la gambetta di una “a” o di una “t”, eppure in molti casi si continua a pensare che ne sia valsa la pena.

Una tendenza così diffusa a livello mondiale non potrebbe non avere messo radici anche in Sicilia, dove i più giovani hanno spesso belle giornate di sole ad aspettarli fuori dai cancelli scolastici in qualunque stagione dell’anno. Nell’isola, però, chi si lascia tentare da questa esperienza non bigia, bensì fa “càlia”.

L’origine di questa espressione è incerta e non esistono ancora ipotesi affermate al riguardo, anche perché in italiano esiste il termine omografo “calia”, che tuttavia è accentato sulla “i” e che ha un significato completamente diverso rispetto al suo quasi-gemello dialettale.

Nella Trinacria, infatti, la “càlia” è una preparazione tipicamente locale, associata spesso alla “simenza” perfino nei modi di dire, poiché ha come ingredienti principali proprio i ceci e i semi di zucca. La si può trovare venduta spesso nelle bancarelle che invadono il centro storico di capolouoghi e paesini durante le principali cerimonie religiose e feste consacrate, venduta in piccole buste da cui sgranocchiarla direttamente sulla via.
Probabilmente, dunque, decidere di fare “càlia” è da intendersi come decidere di occupare il proprio tempo dedicandosi a un’attività pratica, anziché a quella spesso passiva di ascolto dietro a un banco, o in un’altra accezione può essere associata proprio all’idea di dedicarsi a mangiucchiare e a passeggiare come se fosse un giorno festivo e non uno in cui il dovere richiede la nostra presenza.
Che si tratti dell’una o dell’altra versione, una cosa è certa: come accade in molti altri contesti, le associazioni allusive e metaforiche in Sicilia fanno volentieri ricorso all’universo culinario.

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