Pergusa, Proserpina e il mito al contrario: ritrovare le radici abbracciando il cambiamento

L’ultima opera di Rosso di San Secondo prima della sua morte è una riscrittura del mito classico ambientato in Sicilia. La giovane fanciulla appare qui non in balìa della prepotenza di Plutone, ma dinanzi ad un dubbio che la attanaglia: seguire il suo desiderio di scoprire nuovi orizzonti o restare nell’immobilità dell’abitudine? La risposta le arriverà da un personaggio inatteso. Che la farà riflettere su quanto le due dimensioni non debbano per forza essere in opposizione. Perché il segreto è rinnovarsi senza rinnegarsi

Ovidio, che del concetto è diventato qualcosa di assimilabile ad un padre letterario, la definirebbe metamorfosi. Qualcun altro, con un lessico più affine all’ambito scientifico, utilizzerebbe la definizione di evoluzione. Ma più semplicemente, quando si guarda alle vicende umane e al loro intricato dipanarsi, ciò che si intravede è una sorta di inarrestabile dinamismo. Un’energia che si impone come necessario movimento, come sconfinamento di un limite mai definitivo. È l’essenza del vivere, questo infinito proiettarsi verso l’altrove: un carattere innato che pretende adattamento, fatica, timore, ardore per l’ignoto. Che contempera ieri e domani, ricordo e sguardo in avanti. È fuga dalla stasi, dal consumante senso di impotenza, dalla palude dell’abitudine in cui affoga ogni istintualità. È la storia di chi cambia per ritrovare sé stesso. O di chi, al contrario, deve spogliarsi di ciò che lo affligge. La storia di chi recide il legame con le convenzioni e con il freno della razionalità. La storia, persino, di personaggi universali, che rinnovano sé stessi nello spazio di un verso o di una pagina. Che si offrono alla meraviglia di un tempo differente, nonostante abbiano alle spalle millenni di consolidata vulgata. Cha dal mito e dalla dimensione originaria della classicità approdano alle soglie frastagliate della modernità. In un nuovo orizzonte che non intacca la loro riconoscibilità, ma ne amplia gli orizzonti narrativi. È ciò che accade, attraverso la peculiare sensibilità di Pier Maria Rosso di San Secondo, ad una delle grandi protagoniste di quel mito che salda mondo greco-romano e Sicilia: quella Proserpina, vittima del celebre ratto da parte del dio degli Inferi Plutone, che sulle rive del lago di Pergusa aveva smarrito la propria libertà. La cui grazia, ceduta alla cupa aria infernale, era stata tuttavia capace di innescare l’alternanza delle stagioni. E la cui sorte era assurta ad archetipo di sventura e, in un certo senso, di passiva rassegnazione. Almeno finché l’autore nisseno non ne raccolse il mai sopito richiamo. Immaginando di traslare la scena in giorni a noi prossimi. Attribuendo allo spontaneo consegnarsi della fanciulla una ribelle sfumatura di libertà.

Il ratto di Proserpina. Spettacolo fantastico tra l’antico e il moderno, ultimato dopo una gestazione più ventennale nel 1956, poco prima della morte dello scrittore, fu più che un colto esercizio di riscrittura. Fu, certamente, un appassionato omaggio alla sua terra, culla di racconti immortali. Ma fu anche una sorta di inusuale testamento spirituale, sospeso tra il vago rimembrare di una infantile purezza e l’ombra apparentemente minacciosa del progresso. Perché Proserpina, pur mantenendo la sua proverbiale e candida bellezza, non è più il fragile trofeo di un amante prepotente. Ma una coraggiosa sognatrice che ambisce ad esplorare il mondo, ad emanciparsi da ciò che ha sempre conosciuto, a reinventarsi lontano da quelle certezze che sempre più spesso le appaiono come dei limiti. Specie da quando si è invaghita di un Plutone del tutto rinnovato nello spirito, trasformato da Rosso di San Secondo in un uomo mite e laborioso, fuggito dall’oscurità delle zolfare e rinato come imprenditore a New York, ma non per questo immune alla nostalgia verso la Sicilia, in cui periodicamente ritorna. Ma esita, la fanciulla. Così come esita il giovane, che non sa confessarle i suoi sentimenti e si limita ad inchinarsi dinanzi a Cerere per chiedere disperato la mano della figlia. Non sa se salpare, Proserpina, o se arenarsi nella falsa sicurezza della consuetudine. Nella bellezza di quell’idillio, lo specchio d’acqua di Pergusa, che ne ha nutrito l’anima. Sarà Prometeo, in un ennesimo, inatteso ed inedito guizzo narrativo che la farà apparire come un aiutante fiabesco e come una sorta di voce fuori campo, a favorirne la piena maturazione. A convincerla che, a volte, per rimanere a fedeli a sé stessi bisogna dare l’impressione di abbandonarsi ad un tradimento: «Si calmi, signora, io non ho nessuna ragione né alcun interesse di farle del male. Ma, insomma, lei che ci subissa tutti, dovrebbe pensare che l’Olimpo, gli dèi, lei stessa e tutto quanto la poesia ha cantato, è stato creato dagli uomini, né più né meno che le macchine, le banche e le altre sudicerie moderne che tanto le danno ai nervi. Io, come lei, e più di lei, sono per l’aria libera, per il sole, per il Mediterraneo. Ma il mondo è grande e l’America con i grattacieli, con le fabbriche, con il resto c’è e rimane se anche ci tappiamo le orecchie per non sentire, gli occhi per non vedere. Bisogna fare i conti con il progresso; meglio farli, anziché rischiare di essere messi d’un lato».

È andando che si rinvengono le ragioni del restare. È solcando le sfide che ci mettono soggezione, abbracciando l’intensità e l’emotività, che un vero percorso di consapevolezza può giungere a destinazione. Più si è lontani, sembra dire l’eroe dell’umanità che sfidò persino Zeus per concederle il fuoco, più le nostre radici saranno profonde e nutrite. Più, come accade alle macchine fotografiche quando si vuole immortalare un istante, l’obbiettivo della nostra memoria è a distanza, più la sua visione d’insieme ne risulterà esaltata, senza sfocature. «Per la prima volta, – riflette Proserpina – mi trovo a dover prendere una seria decisione. Da un lato la tenerezza di mia madre, la dolcezza di questa terra… Dall’altro (Si interrompe) un non so che… una bramosia di scoprire cose nuove… vedere… agire… fare… Se resto qui, che cosa posso fare? Ho paura di non essere abbastanza moderna». Ma il segreto è scommettersi. Senza remore, senza rimpianti. Senza rinnegare ciò che si è stati. Ma, anzi, portandolo con sé. Ed è qui che la vicenda trova la sua perfetta conclusione. Il suo ideale aggancio con il mito originario e la sua veste rivisitata. L’alternanza delle stagioni diviene l’alternanza delle epoche. Il ciclo della natura si rivela l’eterna affermazione della scrittura. Proserpina si incarna non più in un’icona immutabile ma in un ventaglio di possibilità: «Proserpina – sentenzia Prometeo – passerà l’inverno a lavorare con il marito a New York. In primavera, ogni anno tornerà in patria da sua madre e vi rimarrà fino a mezzo autunno. Si stabilisce così un equilibrio morale, tra la vita delle industrie, della finanza, e delle attività modernissime, con la vita naturale dei campi. Questo equilibrio morale produrrà necessariamente anche un equilibrio materiale, perché dalle attività industriali l’agricoltura ritrarrà vantaggi per il suo sviluppo. Proserpina è la donna dell’avvenire. Da oggi si inizia una vita nuova».

Ciò che preserverà l’identità dell’uomo sarà la disposizione d’animo al cambiamento. Il conservare progredendo. Custodire i tasselli del proprio vissuto aggiungendone continuamente degli altri. Esplorare senza mai essere stranieri ai nostri desideri. Tornando dove tutto è iniziato e mai finito. Nel mito come nella realtà.

(Immagine in copertina: Il ratto di Proserpina, Willem van Herp, metà del ‘600)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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