“Piccolo dizionario borghese”: Brancati e le insidie di un tempo dove la parola non ha valore

Il volumetto che lo scrittore siciliano scrisse a quattro mani con Leo Longanesi in pieno periodo fascista non soltanto fotografa lo squallore e la piattezza di una classe sociale senza ambizioni, dedita solo a far bella ed ipocrita mostra di sé, ma anche l’eredità che quel modo di pensare ci ha lasciato: un modo di parlare e di pensare che non combatte l’odio e le divisioni, che disquisisce di futilità, che di fronte alle mire del potere rimane inerme e superficiale

Quando, nella sua celebre Non chiederci la parola, Eugenio Montale denunciò l’impossibilità della poesia, della letteratura – e del linguaggio nel suo complesso – di circoscrivere ad una forma predefinita, immediatamente comprensibile, la schizofrenia della realtà, rese evidente che una delle grandi malattie della modernità è il riflesso distorto della propria espressione linguistica. La realtà e il parlare sono, in fondo, quasi due vasi comunicanti: più una diventa sclerotica, disarticolata, preda di egoismi e sopraffazioni, più il suo contraltare si fa vuoto, incoerente, decontestualizzato. Corrispondente perfetto di una società incapace di esprimere senso, se non quello dell’utilitarismo. È una dinamica che va ben oltre la semplice evoluzione organica di un sistema linguistico: piuttosto, è una deteriore personalizzazione della comunicazione, del mezzo che dovrebbe sancire l’unione di intenti di una comunità e che, invece, diventa giustificazione dei principi di esclusione. È questa la lingua che tuttora utilizziamo, che abbiamo, più o meno coscientemente, ereditato: un codice frammentato, utilizzato per scopi tutt’altro che onorevoli, caricato di spigolosità, incapace – quando necessario – di opporsi a ciò che si allontana dal buon senso. Il modo in cui enunciamo i concetti, in cui istituiamo legami tra voce e immagini, contiene in sé, geneticamente, il seme dell’autoritarismo, dell’elitarismo. La pretesa di poter ridefinire la natura stessa degli oggetti delle nostre conversazioni. È il grande, arrogante proposito della borghesia, il risultato della sua vorace brama di ascesa, di affermazione. Il trionfo della superficialità che si impone come standard. L’abitudine che si tramanda, di generazione in generazione, fino a divenire sedimento. Ma quando, esattamente, si è verificato questo declino? Quando persino il linguaggio è stato associato ad una proprietà, ad una merce usa e getta di cui è liberamente possibile disporre? Difficile dirlo con soddisfacente precisione. Ma di certo, quando Vitaliano Brancati e Leo Longanesi, nel 1941, in piena dittatura fascista, si dilettarono a comporre a quattro mani l’irriverente Piccolo dizionario borghese, la metamorfosi era già ben visibile. Tanto che i due autori poterono dissezionare microespressioni, lemmi di uso comune, per svelarne, con l’intramontabile arma dell’ironia, le accezioni nascoste, le insidiose implicazioni di una lingua asservita al potere. Non una fotografia del passato: ma una finestra sulla fase di un processo probabilmente irreversibile, le cui ombre continuano senza sosta ad addensarsi sul nostro vivere.

Nessuna delle parole selezionate in quell’inusuale lemmario, d’altro canto, risulta aliena alle nostre consuetudini. Rispecchiano, anzi, l’acriticità dell’approccio alle situazioni, l’aridità del confronto. Lo si vede, ad esempio, nel lemma “Eleganza” e nella sua definizione: “ci vuol poco ad essere eleganti quando si hanno i soldi”. O in “Ricchezza”, che si tramuta in “di soldi non se ne ha mai abbastanza”. In quell’esasperato materialismo, nella corsa sfrenata alla sovraesposizione individuale, emerge tutta la piattezza di una casta che vive sull’orlo dei lustrini, che si sente spiazzata, inefficiente se i riflettori non sono puntati su di sé. Nemmeno i sentimenti, lo spazio per la meraviglia dell’arte, della sapiente composizione umana, possono sottrarsi al moto di trivializzazione: perché “Architettura” si riduce ad un mesto complemento d’arredo (“a ciascuno il suo bagno”), mentre la “Fotografia”, soffocata da un grottesco egocentrismo, finisce per essere l’istante in cui “vengo un orrore”. Nemmeno “Dio” rappresenta più un valore apicale, ridotto ad uno squallido doppiopesismo, che permette di predicare bene e razzolare male senza alcuna conseguenza morale (“ci credo a modo mio”). Un solo guizzo di immaginazione creativa sembra balenare nel monotematico spartito borghese: quello della “Piscina”, rigorosamente da “sognare nel proprio giardino”. La prospettiva dell’immediato, dell’effimero pervade gli accenti di un mondo che Brancati e Longanesi ci restituiscono come graniticamente aggrappato al privilegio, intrappolato in un grigiore che non sa percepire come tale, che nel bel mezzo della guerra, nell’infuriare dell’odio e delle divisioni, sa preoccuparsi soltanto di quali calzi indossare, di quale accessorio abbinare al proprio vestiario. Di manifestare il proprio disappunto verso chi non si adegua a questo canone di mediocrità. Con una lingua scarnificata, ridotta all’osso della sua valenza, spogliata del lirismo, della suggestione, reificata come i capricciosi desideri di chi la pratica. Borghese, in fondo, non è solo chi mette in mostra i propri averi, chi si vanta scioccamente della sua traiettoria da parvenu: ma soprattutto chi non sa – o chi non vuole – interpretare il proprio tempo. Chi si trincera nell’autoreferenzialità per sfuggire alla cognizione di ciò che le proprie azioni possono produrre sugli altri.

Cos’è, se non tutto ciò, la “Modernità”? Per Brancati e Longanesi, che la mettono in bocca all’interlocutore medio, un eterno presente dove “si vive meglio”. La miopia, insomma, di credere in una civiltà dell’indifferenza, dell’esteriorità. Il punto di rottura dove il lusso da attributo si connota come sostanza. Come qualifica della persona. L’epoca in cui la lingua non ha più valore, perché non ha niente di rilevante da dire. E dove l’unica operazione coraggiosa, semanticamente incisiva è la sua negazione.

(Immagine in copertina generata con OpenAI)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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