Pietro Fullone, il poeta del popolo che sfidava
i ricchi a suon di versi

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Spesso sono gli umili a fare la storia, anche se di loro non si parla granché. Ma come non riportare all’attenzione collettiva un artista analfabeta, autodidatta, cavatore di pietre, che con la sua inimitabile e spontanea vena lirica sfidò le classi sociali agiate sognando un rivoluzionario capovolgimento? Con la sua proverbiale risposta pronta e la sua impareggiabile abilità nel declamare, ecco una figura che sembra uscita da una favola

Davide contro Golia. Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri. Cenerentola. Cos’hanno in comune questi personaggi e le loro vicende, più o meno fantastiche? Sono storie di emarginati, sconfitti che conquistano l’agognato riscatto, outsider abbandonati su cui nessuno si sognerebbe mai di scommettere che poi, alla fine, smentiscono tutti e diventano figure emblematiche che insegnano a non arrendersi nemmeno di fronte ad ostacoli apparentemente insormontabili. Robe da favola, direte voi. Forse. Ma si dà il caso che, a metà tra leggenda e folklore, tra storia e fantasia, anche la Sicilia ha conosciuto il suo perdente-vincente, il suo impronosticabile simbolo di resistenza a oltranza contro le angherie dei prepotenti. Per fare la sua conoscenza, bisogna tornare indietro al 1604: a Palermo, infatti, da umile famiglia nasceva un tale, divenuto poi famoso come Pietro Fullone. Le sue particolarità? Un’arguzia senza pari, un’innata capacità di poetare e…una profonda avversione per i più benestanti che costruivano le loro fortune sulle spalle dei meno fortunati.

Ma come fece il nostro Pietro a tramutarsi in un simbolo popolare di lotta sociale? Lui, che ci viene tramandato come cavatore di pietre – sebbene alcuni studiosi abbiano messo in dubbio che un poeta di così alto livello potesse appartenere ad un basso rango sociale – e come analfabeta che, da autodidatta, seppe nutrire il suo istinto d’artista, certamente conosceva bene le difficili condizioni in cui versava gran parte della popolazione siciliana, divisa tra le massacranti attività dell’agricoltura nei latifondi e dell’estrazione in miniera. Non è un caso che, tra le tante opere che portano il suo nome e che sono giunte fino a noi, ce ne sia una datata 1629 che reca il titolo La miseria di la vita umana. Fu così che, armato semplicemente dell’arte d’improvvisare, decise di intraprendere un vero e proprio tour della Sicilia alla ricerca di accademici, nobili, celebri poeti del tempo, con l’ambizione di sfidarli in pubbliche esibizioni, all’insegna di canti e indovinelli, e di dimostrare quanto la sua spontanea vena lirica fosse superiore alla loro. Pietro, che col suo fare ardito e indomabile finiva sempre per trionfare, non lo faceva certo per ottenere l’approvazione di quegli sfaticati signorotti che andava incontrando: il suo era un tentativo di rinascita, un inno al risveglio contro l’allora dominazione spagnola e baronale, una condivisione di dolore e di sensibilità umana con gli sfruttati. Pietro Fullone fu il loro inimitabile cantore perché egli stesso era nato ed era stato sfruttato, egli stesso era la voce di un intero popolo, di un’intera storia vogliosa di risollevarsi dalla sua decadente realtà. Non con la violenza, non con la rivoluzione, ma con la delicatezza della poesia e dell’ironia. Celebre la pronta risposta, tipicamente siciliana, ad un detrattore che gli chiedeva «Si sì poeta e l’animu t’abbasta/ tu dimmi: cu camina cu la testa?»: «Poeta sugnu e l’animu m’abbasta: la taccia (il chiodo) ci camina cu la testa».

Si dice che alla sua morte, avvenuta a Palermo il 22 marzo 1670, fioccarono pianti e folle disperate. Non sarebbe affatto strano, dato che “Fudduni”, come era stato ribattezzato in dialetto, pare facesse proprio riferimento alla moltitudine di persone che sapeva attrarre ad ogni sua performance (altri credono che il cognome significasse “estroso”, “bizzarro”). Che sia esistito davvero come individuo o che fosse la materializzazione fittizia di un sentire comune e di canti popolari confluiti nella sua figura, il segno lasciato nella nostra storia culturale risulta indelebile. Non solo perché celebri contemporanei come Veneziano e Meli non poterono fare a meno di elogiare un umile poeta che si esprimeva in dialetto, ma soprattutto perché, dopo la sua scomparsa, tradizione vuole che tanti cittadini palermitani, dotti e meno dotti, si impegnarono a scrivere poesie in suo onore. Non solo era stato capace di spargere il seme della poesia in un contesto di profonda crisi e disuguaglianza, ma era riuscito a fare in modo che anche la sfera accademica gli rendesse l’onore delle armi. Per una volta il popolo, guidato dal suo vate, dal suo novello Robin Hood, aveva vinto.

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