Quando il moderno distrugge l’amore: Bufalino rilegge Orfeo
ed Euridice

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Gli sfortunati amanti, con la loro vicenda a metà tra Terra e Inferno, hanno suscitato l’ammirazione dei lettori nei secoli. Ma oggigiorno che ne sarebbe del loro mito infelice ma eterno? Lo scrittore di Comiso ha provato a dare una risposta: nell’epoca attuale, in cui a contare sono solo il successo e l’approvazione che ci viene dagli altri, la storia sarebbe ben diversa e il musico lascerebbe apposta lì la sua fanciulla. Per poterne cantare e guadagnarne un applauso

Il loro mito lo conosciamo tutti. Quello degli sfortunati amanti, divisi da un crudele scherzo del destino dopo non molto tempo dalla loro unione. Lui, Orfeo, poeta e musico inarrivabile, armato della soave melodia emanata dalla sua lira, capace di ammansire anche le belve più indomabili; lei, Euridice, innocente e devota fanciulla, preda degli inesorabili Inferi a causa del morso di un serpente celato nell’erba. E proprio gli Inferi sono lo sfondo finale della loro vicenda: conquistati anche Ade e Persefone, sovrani dell’Oltretomba, l’arte soprannaturale di Orfeo sembra sul punto di riscattare la moglie da quella buia perdizione, da una tragica sorte di solitudine e sofferenza. Ma ecco il colpo di scena: contravvenendo alla promessa fatta agli dei, il musico si volta – forse per assicurarsi che la sua dolce metà lo stia effettivamente seguendo, forse vinto dal desiderio di tornare ad ammirarne le delicate fattezze – e in un lampo la povera Euridice viene ricacciata indietro, perennemente prigioniera del Regno delle Ombre. Il resto è solo pianto ed elaborazione del lutto. Fin qui tutto lineare, direte voi. Ma vi siete mai chiesti se potesse esistere un’altra verità? Un’altra interpretazione di questa storia che per secoli è stata fonte di ispirazione per artisti e letterati di ogni sorta? Oppure, avete mai considerato come potrebbe essere declinato questo mito ai giorni nostri?

Beh, se non vi eravate ancora posti il problema, sappiate che qualcuno lo ha già fatto per voi. E anche con un certo acume. Stiamo parlando di Gesualdo Bufalino, che nel 1986, all’interno della raccolta di racconti L’uomo invaso, ha pensato bene di riscrivere questo celebre episodio. Partendo da un’operazione singolare: dare voce ad Euridice, sconsolata sulle putride rive del fiume infernale dello Stige. Una donna moderna, vogliosa di raccontarsi, di indagare la realtà è quella che ci viene proposta dallo scrittore di Comiso. Una donna tristemente consapevole di ciò che la attende e di ciò che l’ha colpita, ma non per questo meno disposta ad affrontare il suo personale dramma. Che non è, ci dice Bufalino, soltanto la condanna ad un mortifero ed eterno girovagare infernale, ma la presa di coscienza di essere stata abbandonata, illusa, schiacciata da quello che credeva essere l’amore della sua vita. Lapidarie, infatti, sono le conclusioni del racconto: «Le anime stavano zitte, appiccicate fra loro come nottole di caverna. Non s’udiva altro rumore che il colpo uguale e solenne dei remi nell’acqua (quelli di Caronte, traghettatore delle anime, ndr). Allora Euridice […] trionfalmente, dolorosamente capì: Orfeo s’era voltato apposta». Rivelazione stordente e inattesa. Ma perché mai un amante avrebbe dovuto dannare con un atto così abominevole la propria compagna? A maggior ragione Orfeo, artista per antonomasia, portatore di valori supremi ed educativi. La risposta è presto detta: perché questo non è l’Orfeo del mito classico, di quella che Vico avrebbe definito “età degli eroi”, l’Orfeo della poesia che innerva il mondo. Questo è l’Orfeo della modernità: quello che abbiamo creato noi, quello in cui ci specchiamo e a cui, a volte senza rendercene conto, ci ispiriamo.

Un mero strumento. Un’occasione. Questo è stata Euridice per l’Orfeo di Bufalino. Un modo subdolo ma ingegnoso per recuperare un’ispirazione latitante, per tornare a sentire «i battimani, i riflettori della ribalta». Per vantarsi della sua arte, crudele finzione scaturita da sentimenti reali. La visibilità, il consenso e l’approvazione altrui. Come un novello utente di Instagram, che si ingegna per aumentare a dismisura i suoi follower, così Orfeo ha venduto la propria anima, i propri affetti, sull’altare del successo. Ha condannato le persone a lui più care, le più dedite, per puro profitto personale. Si è aperto la strada con il chiavistello dell’egoismo e ancor prima di voltarsi, ancora prima dell’inizio della messinscena, rivela Bufalino, egli aveva già confezionato i versi lacrimevoli per la perdita dell’amata. Non è forse questo il nucleo del messaggio lanciato dallo scrittore? Il metterci in guardia da atteggiamenti che ci appartengono senza che ce ne accorgiamo? Non siamo forse inclini ad ignorare le esigenze degli altri in nome della nostra autorealizzazione? Siamo o non siamo nell’epoca del mercimonio dei sentimenti, dove tutto scade nella semplice ricerca del piacere immediato? Ecco perché quell’Orfeo ci designa tutti e ci invita a riflettere: siamo ancora disposti a sacrificare la nostra Euridice per il tempo di un applauso?

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