Quando il tempo si spezzò: la Catania bombardata nelle
pagine di Brancati

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In alcuni dei passaggi più intensi del suo capolavoro, Il bell’Antonio, lo scrittore di Pachino ritrasse in immagini indimenticabili uno dei momenti più tragici della storia della città etnea, simboleggiato dal fermarsi di un grande orologio in cima ad un edificio. Fu il giorno in cui la conciliazione lasciò spazio alla disgregazione, il sogno alla crudezza della storia e della vita

Ci fu un tempo, in Sicilia, dove il tempo stesso sembrò andare in pezzi, sgretolandosi come intonaco un po’ datato su una parete ricca di crepe. Dove la vita, nella sua irriducibile varietà, sembrò lasciar spazio al cupo tema della morte. Era il 16 aprile 1943: il giorno in cui i catanesi, tra le macerie di un terribile bombardamento, impararono amaramente che si può sfuggire alla storia solo fino a quando quest’ultima non decide di riscuotere il suo debito. E noi contemporanei, figli europei di un’epoca in cui la guerra è solo una cartolina lontana da telegiornale, abbiamo pochi appigli per riproiettarci indietro a quegli anni di disperazione: qualche foto, qualche racconto di fortunati e longevi sopravvissuti. Ma soprattutto la letteratura, colei che ha il coraggio, tramite la finzione, di narrare le verità scomode che qualcuno vorrebbe farci dimenticare. E allora, chi ci traghetterà direttamente verso quei mesi? Il nostro amato Vitaliano Brancati, che tra le pagine del suo capolavoro Il bell’Antonio ha consegnato all’eternità un ritratto vividamente crudo e toccante di una città incredula, in ginocchio di fronte alla sua rovina. Liberata dal fascismo il 5 agosto grazie all’Operazione Husky, ma distrutta nel suo orgoglio.

Così, infatti, lo scrittore nato a Pachino tratteggia quel momento importante e maledetto: «Eccolo! Ma com’è nero di polvere e pieno di un sordo rombo di rovina! Cade la tirannide, ma anche i tetti delle abitazioni, i campanili delle chiese, i vecchi ponti sui fiumi; si spezzano gli orologi in cima agli edifici pubblici e le sfere rimangono ferme sul minuto in cui la bomba uccise in piazza un gruppo di povera gente spaventata…». Repentina come l’esplosione giunse poi la disperazione della perdita totale. E una lucida ma lacerante consapevolezza: che tra le mille cose sul nostro pianeta su cui abbiamo applicato il nostro dominio non figura il tempo. Perché nei blocchi di cemento disgregati di quelle che un tempo erano state sicure dimore ci furono infanzie svanite come un soffio in mezzo alla tempesta; perché insieme alle chiese rase al suolo dalla furia umana bruciò ogni punto di riferimento morale; perché nel fermarsi dell’orologio in corrispondenza dell’apice tragico vi fu riflessa l’immagine di un sogno ucciso: quello dell’eterno ritorno, di una temporalità solidale alle esigenze degli uomini. Antonio Magnano, lo zio Ermenegildo, la bella sdegnosa Barbara – e tutta la Catania che aveva guardato il fluire della storia con l’occhio dello spettatore non troppo interessato – si ritrovarono in un attimo soli. Soli con le loro paure, con i propri peccati, sprofondati nell’Inferno del tempo lineare, che pretende la presenza di una fine che compia un inizio.

Fu l’anima di un’intera comunità ad essere strappata in quelle occasioni. E cos’è che, più di tutto, compone la nostra anima? I ricordi. Quelli che nel tempo circolare del mito, della favola, della riservatezza dei nostri pensieri sono in una certa misura sempre modificabili: il primo tentativo non è andato bene, ma non importa. Domani correremo più forte, conosceremo più approfonditamente, spenderemo più tempo nella realizzazione dei nostri sogni e raggiungeremo il nostro traguardo, diverremo ciò che abbiamo sempre voluto. Ma tutto questo, questa disperata e confortante utopia, dopo il blocco dell’orologio non fu più possibile: non rimase che fare i conti con un futuro tutto da scrivere senza l’appoggio di un passato dal quale imparare, ricostruire artificialmente un vissuto che era stato cancellato, vivere come randagi tra le proprie strade, irriconoscibili e schive ai nuovi sguardi. Del resto, cos’è un uomo senza ricordi? Un perenne straniero a se stesso, un pesce fuor d’acqua che nuota tra le macerie della sua vita. Ci fu un tempo in cui anche i catanesi furono stranieri a se stessi, uomini cacciati dal loro Paradiso senza una ragione, bestie private della loro tana. Quello fu il momento in cui, forse, conoscemmo il vero significato del tempo umano.

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