Lunedì mattina. Vado in classe in anticipo per tentare di predisporre sulla lavagna interattiva multimediale i link con gli ascolti che voglio proporre nella mia ora di inglese.

In osservanza delle leggi di Murphy sulla tecnologia cerco di “non fare capire all’oggetto meccanico” in questione che ho bisogno di “lui”. Deve esserci, però, un livello di comunicazione subliminale che non riesco a dominare e, per qualche oscuro motivo, nulla sembra funzionare.

L’arrivo di Daniele, anche lui in anticipo, genera in me la speranza irrazionale che la sua giovinezza sia già di per sé sufficiente a “convincere” il software a piegarsi alla nostra volontà. Intanto mi godo l’effetto rasserenante della comunicazione attraverso il linguaggio umano. «How was your weekend, Daniele?» chiedo mentre il mio alunno risolve il problema spegnendo e riaccendendo la lim.

Daniele è contento. Nel weekend è stato a Torino dal fratello che ha appena iniziato il percorso universitario. È sorpreso da quello che ha visto. «Sa, prof – mi confida – mio fratello è sempre stato un tipo un po’ schivo, riservato. Eppure l’ho trovato cambiato, contento, con tanti rapporti di amicizia». «E a te come va in questo inizio di anno scolastico»? «Prof, come va? – risponde cercando le parole giuste – Beh, un po’ pesante». «In che senso? Cosa vedi di diverso rispetto alla situazione di tuo fratello»?

«Prof, è che qui a scuola non siamo messi al centro. Si, i professori fanno il loro mestiere, anche bene, ma fanno la loro lezione e tutto finisce lì. Uno studia, ma senza grande entusiasmo». «E tra di voi? Nel rapporto con i tuoi compagni di classe non ti senti “al centro”?» Daniele sa che non è così, ma non saprebbe dire cosa manca.

Ripenso alla mia storia di studente. Quando io mi sono sentito “messo al centro”? Non ho dubbi. È accaduto al quarto anno di Liceo a Caltagirone. Ero di un anno più grande di Daniele. Il nuovo professore di Italiano e latino ha appena concluso una delle sue prime ore di lezione nella sua nuova classe. Ci ha parlato della bellezza. Una scelta singolare che non doveva stare in nessuna parte del programma perché ha nominato di fila: Benedetto Croce, Karl Marx, Dante Alighieri, Hans Urs von Balthasar e alcuni altri autori irriducibili allo stesso periodo storico o al medesimo ambito filosofico-letterario. La lezione finisce. Sta per uscire dall’aula. Mi sollevo dall’ultimo banco dove mi sono trincerato nei primi tre anni di liceo, al riparo, nel cono d’ombra del campo visivo dei miei insegnanti generato dalle spalle larghe e dalle conoscenze più vaste delle mie del compagno seduto davanti a me. Facendomi largo tra gli studenti che si riversano nel corridoio per la ricreazione richiamo l’attenzione del mio prof. «Mi scusi professore, -dico ancora trasportato dal flusso dei miei pensieri – ma a me sembra che Marx non abbia lo stesso atteggiamento degli altri autori nei confronti del tema della bellezza. A lui non interessa ciò che è bello in quanto tale. Gli importa solo se è funzionale alla propria visione politica». Il prof. mi guarda dal basso verso l’alto e fa mezzo passo indietro come per abbracciare per intero la mia figura. Poi, mentre lo stesso sorriso che si accenna sulle labbra gli si accende nello sguardo, nota: «Ma sei intelligente!».

Credo sia stata quella scintilla di stima reale nello sguardo del mio professore di Italiano a strapparmi dall’anonimato in cui ero immerso per rivelare me stesso a ai miei occhi, a mettermi “al centro”, come diceva Daniele. Non si tratta di illuminare con la luce dell’occhio di bue il narcisismo di un’esibizione, come spesso accade in TV. Prima delle parole del mio professore avevo una certa coscienza di me, dopo ne avevo un’altra.

Abbiamo bisogno di uno sguardo di stima reale che ci aiuti a scoprire, o a ricordarci, chi siamo. Non è l’esito di una strategia didattica né di un atteggiamento sentimentale. Si tratta invece del miracolo di incontro, di solito tra un adulto e un’umanità ancora curiosa del significato delle cose, in cui accade una coscienza nuova di sé e del reale. Ed è “come entrare in un paese nuovo”, afferma Pavese. Una novità che può passare da un’ora di lezione, dallo sguardo di un uomo che si è lasciato sorprendere, dalla proposta di una bellezza disarmata che non è funzionale a nulla se non al compimento di te. Sembra poco. Per me tutto è passato da lì.

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