«Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso». Quella di Marcel Proust è, probabilmente, la definizione più alta, precisa e accorata che sia mai stata data della letteratura. È un meccanismo di riconoscimento e di svelamento, un’intima ed ammaliante magia grazie alla quale mittente e destinatario del messaggio si sovrappongono al punto da formare un’unica entità. La letteratura appartiene in primo luogo a chi la fruisce, non c’è dubbio: ma non è forse vero che ogni autore, a sua volta, è un accanito lettore? Che prima di dare voce alla propria creatività è necessario misurarla con quella di chi li ha preceduti? L’atto della scrittura, insomma, può essere apparentato ad un meticoloso esame di coscienza, ad una confessione sussurrata, allo schiudersi degli enigmi che attanagliano il cuore di ogni essere umano. E proprio questa necessità di chiarezza esistenziale ha saputo fare da leva nella vita del nostro Vincenzo Consolo, a lungo lontano dalla sua terra natale eppure mai completamente avulso dal suo passato. Attore e vittima di quella diaspora che ciclicamente si abbatte sulle ambizioni stanziali dei siciliani ma al tempo stesso baluardo ed emblema di un legame che travalica il tempo e lo spazio.

Lo scrittore di Sant’Agata di Militello ebbe a dire eloquentemente a proposito della propria concezione letteraria: «Ho sentito il bisogno di scrivere per spiegarmi il mistero siciliano». Un’istanza, questa, che accomuna generazioni di intellettuali isolani, intenti a dilettarsi nel tentativo di decodificare le vivaci contraddizioni del nostro popolo, ma che, nel caso di Consolo, assume una valenza ancora più specifica e sfaccettata in virtù della sua perenne condizione di esule. Una condanna, certo, ma paradossalmente anche un’opportunità di indagine privilegiata su quel dilemma alla base della sua arte. Ma a quale mistero fa riferimento esattamente? La risposta, apparentemente banale, in realtà fu per lui fonte di notevole sorpresa: non si smette mai di essere siciliani. Non si smette mai di intravedere la sinuosità della nostra lingua nel parlare straniero, di sentire addosso l’aria impregnata dell’acre dolcezza degli agrumi, di lasciarsi cullare dall’innata maledizione della malinconia. Essere siciliani è non semplicemente un fatto di appartenenza o di attribuzione, ma un tatuaggio indelebile e infuocato, una scorza resistente ad ogni assalto. Il siciliano, pur crucciandosi della separazione, sopporta il distacco proprio in virtù di questa incrollabile forza interiore. Consolo, del resto, trascorse persino gli ultimi anni, fino alla morte, al di fuori dei confini isolani: ma ciò non gli impedì di osservare e commentare scrupolosamente le sorti sempre claudicanti della sua terra, né tantomeno diede adito alla tentazione di cercare una nuova fonte di ispirazione. Non gli impedì, insomma, di leggere la realtà alla luce di quell’immaginario fanciullesco e primitivo che ogni siciliano possiede in maniera innata alla stregua di un patrimonio genetico.

Il «mistero siciliano», dunque, è un destino collettivo scolpito nella storia. Un orizzonte di pensiero e di sentimento che sfugge persino a noi stessi fino al suo repentino manifestarsi sotto forma di nostalgia o di orgoglio, di amarezza o di solidarietà. È un viaggio mitico e poetico nelle radici di un popolo che non smette di imparare a conoscersi e a raccontarsi, di tratteggiare negli occhi di chi lo abbandona l’immagine eterna di una dimora felice. Nelle Lettere morali a Lucilio, Seneca, citando Socrate, domandava: «Perché ti stupisci se i lunghi viaggi non ti servono, dal momento che porti in giro te stesso? Ti incalza il medesimo motivo che ti ha spinto fuori di casa, lontano». Una sentenza che ben riassume la parabola di Consolo e che consegna ad ogni siciliano la consapevolezza che non esiste cesura abbastanza netta da renderci insensibili al richiamo di ciò che davvero siamo. E che non esiste altro modo di scoprire la verità su noi stessi se non tornando con determinazione là dove tutto è iniziato.

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